So i will hum alone, too far from you
All that i say now is nothing to you
We will lie under different stars
I am where i am and you're where you are, you're where you are
Oh the weight it must be light wherever you are
And i know you don' t think twice wherever you are
And i'd ask if you're all right wherever you are
And do you think of me, you might, wherever you are
Friday, 30 September 2011
Wherever
Thursday, 29 September 2011
My baby just doesn't care for me
I'll be seeing you
In all the old familiar places
That this heart of mine embraces
All day and through
In the small cafe
The park across the way
The children's carrousel
The chestnut trees
The wishing well
Guidavo ascoltando "I'll be Seeing you" di Billie Holiday e di colpo mi sono detta, - fra cinque minuti smetto di pensarci, fra cinque minuti non ci penserò più.
I'll be seeing you
In every lovely summer's day;
In everything that's light and gay.
I'll always think of you that way.
Fra venti minuti, altri venti minuti.
I'll find you
In the morning sun
And when the night is new.
I'll be looking at the moon,
But I'll be seeing you.
In the morning sun
And when the night is new.
I'll be looking at the moon,
But I'll be seeing you.
Fra qualche mese, con calma, fra qualche mese.
Con calma.
Tuesday, 27 September 2011
Sto diventando cronica, in tutto.
Non posso vivere portando il mio corpo a limiti prossimi allo svenimento, non posso andare a letto quando già compaiono numeri oltre lo zerozero, non posso volermi svegliare alle 7.47 del mattino, spaccando il minuto e anche il mio cervello, in piccoli frammenti pulsanti che chiedono pietà, infradiciandosi in una tazza di caffè e latte che non ha niente da dirmi, come tutti del resto.
Non sono in grado di dirmi nulla che io voglia ascoltare né io sono in grado di dire quello che vorrei ripetere all'infinito affinché si disperda in un luogo comune, neanche una liberazione verbale riesco a concedermi.
Sono cronica in tutto.
Autocommiserandomi, toccando le vette della più profonda disperazione musicale, ascoltando ciò che mai avrei sospettato di poter trovare e fare mio, occhi spalancati nel buio della mia stanza, abbrutendomi davanti a dell'aria condizionata.
E nella testa ossessivamente si ripete una voce che mi chiede "Che devo fare?" e io rispondo "Niente".
E' una conversazione morta.
Non posso vivere portando il mio corpo a limiti prossimi allo svenimento, non posso andare a letto quando già compaiono numeri oltre lo zerozero, non posso volermi svegliare alle 7.47 del mattino, spaccando il minuto e anche il mio cervello, in piccoli frammenti pulsanti che chiedono pietà, infradiciandosi in una tazza di caffè e latte che non ha niente da dirmi, come tutti del resto.
Non sono in grado di dirmi nulla che io voglia ascoltare né io sono in grado di dire quello che vorrei ripetere all'infinito affinché si disperda in un luogo comune, neanche una liberazione verbale riesco a concedermi.
Sono cronica in tutto.
Autocommiserandomi, toccando le vette della più profonda disperazione musicale, ascoltando ciò che mai avrei sospettato di poter trovare e fare mio, occhi spalancati nel buio della mia stanza, abbrutendomi davanti a dell'aria condizionata.
E nella testa ossessivamente si ripete una voce che mi chiede "Che devo fare?" e io rispondo "Niente".
E' una conversazione morta.
Monday, 26 September 2011
Quello che
Quello che dovrei fare sarebbe spegnere la luce e mettermi a dormire, prendere la mia scatola cranica e poggiarla su un cuscino, tra delle lenzuola profumate e fresche, ma anche se le mie lo fossero, il letto mi sembrerebbe sempre e comunque un rimedio vigliacco, come se si potesse, chiudendo gli occhi e assumendo una posizione comoda, allontanare se stessi da se stessi.
Quello che dovrei fare è spegnere questa sigaretta e non accenderne mai più una, ripetermi che domani mattina mi alzerò e farò veramente quello che mi ripeto ogni giorno, sarò la persona che vorrei essere, quella su cui fantastico a minuti alternati, capace e determinata, che nella vita vuole realmente riuscire e non trovare una giustificazione per non esserci riuscita la settimana prima.
Quello che avrei dovuto fare non posso più farlo, quello che sarei dovuta essere ormai non esiste, ha lasciato solo una vaga scia nella memoria degli altri e ancora più profondamente, nella mia.
Se questa notte, come tante altre, non riesco a dormire, non è solo colpa della caffeina, non è il desiderio di immedesimarsi in un personaggio insonne, è solo frustrazione.
Si può combattere tutto e questo dovrei saperlo, si può tentare e cercare all'infinito finché la vera stanchezza non sopraggiunge, si può abolire dal proprio vocabolario la frase "è così" perché non serve a nessuno un principio di identità, quello di cui necessito è esattamente quello che viene dopo, quelle domande da bambini che si snodano in una catena di perché, non semplici curiosità, ma domande essenziali al le quali seguono ricerche, altrettanto fondamentali, in virtù delle quali posso definirmi essere vivo, pensante, forza presente nella mia vita e non un semplice agglomerato di cellule e questioni irrisolte.
Sono e basta e c'è un perché al fatto che io sia così, c'è una strada che mi devo costruire con tutte le domande che mi pongo e mi sono posta, c'è una ragione negli altri e c'è una ragione nel fatto che io costituisca una determinata cosa per gli stessi.
Dirsi la verità è il punto di partenza, dirla agli altri è palesarla pubblicamente, farci un faccia a faccia per vedere come suonano le proprie parole, che effetto possano avere una volta dette e permeate nella memoria degli altri, dove forse si perderanno, ma nulla potrà cancellare il fatto di averle pronunciate.
Quello che sono non mi piace quasi mai, quello che faccio è ovviamente migliorabile, la persona che mi sforzo di essere fa acqua, sbaglia ed è incoerente, molto spesso solo ai miei occhi perché vi presto maggiore attenzione, osservo e non solo ciò che mi riguarda personalmente, ma anche ciò che mi è a fianco, la vita degli altri, le parole degli altri, le tendo a ricordare e richiamare alla mente, perché attribuisco a tutto ciò un valore.
La mia è una battaglia di attenzione e concentrazione, sul di me e sugli altri, perché essere distratti può portare a perdere tanto, più di quello che si era disposti a lasciar andare via.
E mi sento sola molto spesso, terribilmente isolata in una condizione claustrofobica, come se non avessi spazio per muovermi in me stessa e allora divento rabbiosa, percepisco e acuisco tutte le mie mancanze e i vuoti della mia alquanto breve esistenza e in quei momenti aspetto che qualcosa accada, cerco negli altri una via di fuga e un aiuto che puntualmente non arriva e allora mi chiedo un altro perché.
La risposta più semplice sarebbe che pretendo dagli altri qualcosa che non possono darmi, un'attenzione che io ho, ma che non è detto che anche chi mi è vicino possieda, sbaglio riproponendo parti di me in individui che rimangono, seppure cari, distanti e separati.
Quello di cui avrei bisogno a questo punto non sono più parole, ma qualcosa di fisico, un bacio o un abbraccio, ma c'è la distanza, non solo quella reale di una casa dall'altra, bensì quella mentale e verbale, se non chiedo non posso aspettarmi che mi domandino loro o non posso pretendere che siano loro a domandarmi di che ho bisogno e così, come so già, ritorno al solito errore, applicare quello che farei io.
Quello che dovrei fare è spegnere questa sigaretta e non accenderne mai più una, ripetermi che domani mattina mi alzerò e farò veramente quello che mi ripeto ogni giorno, sarò la persona che vorrei essere, quella su cui fantastico a minuti alternati, capace e determinata, che nella vita vuole realmente riuscire e non trovare una giustificazione per non esserci riuscita la settimana prima.
Quello che avrei dovuto fare non posso più farlo, quello che sarei dovuta essere ormai non esiste, ha lasciato solo una vaga scia nella memoria degli altri e ancora più profondamente, nella mia.
Se questa notte, come tante altre, non riesco a dormire, non è solo colpa della caffeina, non è il desiderio di immedesimarsi in un personaggio insonne, è solo frustrazione.
Si può combattere tutto e questo dovrei saperlo, si può tentare e cercare all'infinito finché la vera stanchezza non sopraggiunge, si può abolire dal proprio vocabolario la frase "è così" perché non serve a nessuno un principio di identità, quello di cui necessito è esattamente quello che viene dopo, quelle domande da bambini che si snodano in una catena di perché, non semplici curiosità, ma domande essenziali al le quali seguono ricerche, altrettanto fondamentali, in virtù delle quali posso definirmi essere vivo, pensante, forza presente nella mia vita e non un semplice agglomerato di cellule e questioni irrisolte.
Sono e basta e c'è un perché al fatto che io sia così, c'è una strada che mi devo costruire con tutte le domande che mi pongo e mi sono posta, c'è una ragione negli altri e c'è una ragione nel fatto che io costituisca una determinata cosa per gli stessi.
Dirsi la verità è il punto di partenza, dirla agli altri è palesarla pubblicamente, farci un faccia a faccia per vedere come suonano le proprie parole, che effetto possano avere una volta dette e permeate nella memoria degli altri, dove forse si perderanno, ma nulla potrà cancellare il fatto di averle pronunciate.
Quello che sono non mi piace quasi mai, quello che faccio è ovviamente migliorabile, la persona che mi sforzo di essere fa acqua, sbaglia ed è incoerente, molto spesso solo ai miei occhi perché vi presto maggiore attenzione, osservo e non solo ciò che mi riguarda personalmente, ma anche ciò che mi è a fianco, la vita degli altri, le parole degli altri, le tendo a ricordare e richiamare alla mente, perché attribuisco a tutto ciò un valore.
La mia è una battaglia di attenzione e concentrazione, sul di me e sugli altri, perché essere distratti può portare a perdere tanto, più di quello che si era disposti a lasciar andare via.
E mi sento sola molto spesso, terribilmente isolata in una condizione claustrofobica, come se non avessi spazio per muovermi in me stessa e allora divento rabbiosa, percepisco e acuisco tutte le mie mancanze e i vuoti della mia alquanto breve esistenza e in quei momenti aspetto che qualcosa accada, cerco negli altri una via di fuga e un aiuto che puntualmente non arriva e allora mi chiedo un altro perché.
La risposta più semplice sarebbe che pretendo dagli altri qualcosa che non possono darmi, un'attenzione che io ho, ma che non è detto che anche chi mi è vicino possieda, sbaglio riproponendo parti di me in individui che rimangono, seppure cari, distanti e separati.
Quello di cui avrei bisogno a questo punto non sono più parole, ma qualcosa di fisico, un bacio o un abbraccio, ma c'è la distanza, non solo quella reale di una casa dall'altra, bensì quella mentale e verbale, se non chiedo non posso aspettarmi che mi domandino loro o non posso pretendere che siano loro a domandarmi di che ho bisogno e così, come so già, ritorno al solito errore, applicare quello che farei io.
Saturday, 24 September 2011
Vielleicht
Erinnern
das ist
die qualvollste Art
des Vergessens
und vielleicht
die freundlichste Art
der Linderung
dieser Qual
Ricordare
è
forse
il modo più tormentoso
di dimenticare
e forse
il modo più gradevole
di lenire
questo tormento
Erich Fried
Un giorno la prenderò come fa il vento alla schiena
L'equilibrio è qualcosa di più di un semplice stare, al centro di qualcosa, bilanciando il peso da un lato e dall'altro, voltandosi a guardare e continuando a camminare, leggeri o pesanti, comunque andare.
L'equilibrio non ho mai saputo cosa fosse, ne parlo, non lo conosco, è un nome, una parola vuota.
E' un tendere, un continuare, alimentato dalla curiosità di scoprire un po' più di se stessi e degli altri, e fa male, tutto fa un po' male.
Alcune volte mi illudo di avere trovato qualcosa, altre mi rendo conto di quanto io sia mancante, troppe parti di me stridono, sono incompleta, o forse sono ancora più lontana dalla possibilità di dire di esserlo, non ne ho che una vaghissima cognizione.
Non sono ; ma anche questa è un'affermazione che richiede una vita e io continuo a precorrere i tempi, pensando di poter trovare qualche parola per mettere le cose in chiaro, ricercando un ordine che non c'è.
Certe cose mi destabilizzano, come una pacca sulla spalla quando il tuo baricentro è già spostato.
Certe cose fanno un po' male, e provo una rabbia inspiegabile, un impulso alla lotta, un desiderio intenso che non mi lascia dormire.
Certe cose sono scosse che mi rimettono in piedi quando mi adagio troppo, e ora quello che rimane è un po' di rabbia e una profonda nostalgia.
Friday, 23 September 2011
Certe cose un po' mi destabilizzano
Pareva facile giuoco
mutare in nulla lo spazio
che m'era aperto, in un tedio
malcerto il certo tuo fuoco.
Ora a quel vuoto ha congiunto
ogni mio tardo motivo,
sull'arduo nulla si spunta
l'ansia di attenderti vivo.
La vita che dà barlumi
è quella che sola tu scorgi.
A lei ti sporgi da questa
finestra che non s'illumina.
Eugenio Montale (Il Balcone)
[ E' bastato un piccolo segnale. ]
Thursday, 22 September 2011
Hey, Billy!
Mi piace stare a letto.
Mi piace stare a letto a vedere un film.
E mi piace l'espressione di Shirley MacLaine, vorrei tanto averla quell'espressione divertita o, ancora meglio, vorrei vederla nel viso di qualcuno che si trovi tra le mie lenzuola.
Wednesday, 21 September 2011
Voir la suite ne signifie rien, absolument rien
C'est avec le chiens que tu es. Ils ne voient pas la suite. Ils se roulent ici avec toi. Ils fuient avec toi du côté de cette odeur-là. Rien d'autre.
Jean- Marie GleizeE' con i cani che sei. Essi non vedono il seguito. Si rotolano qui con te. Fuggono con te dal lato di questo odore. Nient'altro.
E' qualcosa da ricordare durante l'agire, mai prima, sentirsi profondamente futuri è un'illusione da lasciare andare, ancora un po'.
venir au monde, c'est perdre la vie, c'est devenir grand, c'est devenir vieux, c'est tomber dans un ètatmomentanè qui ressemble à la mort, c'est se dèplacer parle mouvement des jambes, c'est se mouvoir dans l'eau,c'est aller à cheval, c'est s'ètendre horizontalement c'est reprendre la position verticale, c'est se plonger entièrement dans l'eau
Olivier Cadiot
venire al mondo,è perdere la vita, è diventare grande,è diventare vecchio, è cadere in uno statomomentaneo che rassomiglia alla morte,è spostarsi grazieal movimento delle gambe,è stendersi dentro l'acqua,è andare a cavallo,è stendersi orizzontalmente è riprendere la posizione verticale, è immergersi completamente nell'acquaUscirò nel pomeriggio, con una luce che sembra enorme tra le tapparelle della mia finestra, ma è meno di un bruco quando la mia testa si alza verso l'angolo degli alberi; camminerò in obliquo, per il vento.
"Invece di essere respinta lontano, in balia dei vortici, mi raggomitolerò come un bambino, tra le braccia della leggerezza" (A. Veinstein)
Probabilmente la sto cercando all'incrocio sbagliato.
Tuesday, 20 September 2011
Perché lui era stato come pietra legata a una corda e fatta girare più svelto, sempre più svelto, e a farla girare era il vento, era la bufera d’autunno, era la disperazione, l’amore. E così follemente girando, non si distingueva più che forma aveva; era diventato una specie di anello fluido e palpitante. Lui era un cavallo di giostra, e a un tratto la giostra si era messa a girare in modo pazzo, più svelta, sempre più svelta e a farla girare così era lei, era Laide, era autunno, era la disperazione, l’amore.
[…] Per lui nulla esisteva fuori che lei, Laide, quella spaventosa precipitazione, e nel vortice egli non poteva neppure vedere il mondo intorno. Tutta la restante vita, anzi, aveva cessato di esistere, non esisteva più, non era mai esistita”.
Da “Un amore” di Dino Buzzati
[…] Per lui nulla esisteva fuori che lei, Laide, quella spaventosa precipitazione, e nel vortice egli non poteva neppure vedere il mondo intorno. Tutta la restante vita, anzi, aveva cessato di esistere, non esisteva più, non era mai esistita”.
Da “Un amore” di Dino Buzzati
Monday, 19 September 2011
Eccesso verbale, direi.
Non è che muoia d'amor, muoio di te.
Muoio di te, amore, d'amor di te,
d'urgenza mia della mia pelle di te,
della mia anima, di te e della mia bocca
e dell'insopportabile che sono senza te.
Muoio di te e di me, muoio d'ambedue,
di noi altri, di questo,
straziato, diviso,
mi muoio, ti muoio, lo moriamo.
Moriamo nella mia stanza dove sono solo,
nel mio letto dove manchi,
nella strada dove il mio braccio va vuoto,
nel cinema e nei parchi, i tram
i posti dove la mia spalla
abitua la tua testa
e la mia mano la tua
e tutto so di te come me stesso.
Moriamo nel luogo che ho prestato all'aria
perchè tu stessi fuori di me,
e nel posto dove finisce l'aria
quando ti butto la mia pelle addosso
e ci conosciamo in noialtri,
separati dal mondo, felice, penetrata,
e certamente, interminabile
Moriamo, lo sappiamo, lo ignorano, ci moriamo
tra noi due, ora, separati,
l'un dall'altro, giornalmente,
cadendo in molteplici statue,
in gesti che non vediamo
nelle nostre mani che ci cercano
Moriamo, amore, muoio nel tuo ventre
che non mordo né bacio,
nei tuoi muscoli dolcissimi e vivi,
nella tua carne senza fine, muoio di maschere,
di triangoli oscuri e incessanti.
Muoio del mio corpo e del tuo corpo,
della nostra morte, amore, muoio, moriamo.
Nel pozzo d'amore a tutte le ore,
inconsolabile, a grida ,
dentro di me, voglio dire, ti chiamo,
ti chiamano quelli che nascono, quelli che vengono
dietro, di te, quelli che arrivano a te.
Moriamo, amore, e non facciamo nulla
se non morire di più, ora dopo ora,
e scriverci, e parlarci e morire.
Jaime Sabines
Wednesday, 14 September 2011
là, dove il giorno si perde
E la parola ormai sfinita
si sciolse in pianto,
ma la paura dalle labbra
si raccolse negli occhi
semichiusi nel gesto
d'una quiete apparente
che si consuma nell'attesa
d'uno sguardo indulgente.
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