Quello che dovrei fare sarebbe spegnere la luce e mettermi a dormire, prendere la mia scatola cranica e poggiarla su un cuscino, tra delle lenzuola profumate e fresche, ma anche se le mie lo fossero, il letto mi sembrerebbe sempre e comunque un rimedio vigliacco, come se si potesse, chiudendo gli occhi e assumendo una posizione comoda, allontanare se stessi da se stessi.
Quello che dovrei fare è spegnere questa sigaretta e non accenderne mai più una, ripetermi che domani mattina mi alzerò e farò veramente quello che mi ripeto ogni giorno, sarò la persona che vorrei essere, quella su cui fantastico a minuti alternati, capace e determinata, che nella vita vuole realmente riuscire e non trovare una giustificazione per non esserci riuscita la settimana prima.
Quello che avrei dovuto fare non posso più farlo, quello che sarei dovuta essere ormai non esiste, ha lasciato solo una vaga scia nella memoria degli altri e ancora più profondamente, nella mia.
Se questa notte, come tante altre, non riesco a dormire, non è solo colpa della caffeina, non è il desiderio di immedesimarsi in un personaggio insonne, è solo frustrazione.
Si può combattere tutto e questo dovrei saperlo, si può tentare e cercare all'infinito finché la vera stanchezza non sopraggiunge, si può abolire dal proprio vocabolario la frase "è così" perché non serve a nessuno un principio di identità, quello di cui necessito è esattamente quello che viene dopo, quelle domande da bambini che si snodano in una catena di perché, non semplici curiosità, ma domande essenziali al le quali seguono ricerche, altrettanto fondamentali, in virtù delle quali posso definirmi essere vivo, pensante, forza presente nella mia vita e non un semplice agglomerato di cellule e questioni irrisolte.
Sono e basta e c'è un perché al fatto che io sia così, c'è una strada che mi devo costruire con tutte le domande che mi pongo e mi sono posta, c'è una ragione negli altri e c'è una ragione nel fatto che io costituisca una determinata cosa per gli stessi.
Dirsi la verità è il punto di partenza, dirla agli altri è palesarla pubblicamente, farci un faccia a faccia per vedere come suonano le proprie parole, che effetto possano avere una volta dette e permeate nella memoria degli altri, dove forse si perderanno, ma nulla potrà cancellare il fatto di averle pronunciate.
Quello che sono non mi piace quasi mai, quello che faccio è ovviamente migliorabile, la persona che mi sforzo di essere fa acqua, sbaglia ed è incoerente, molto spesso solo ai miei occhi perché vi presto maggiore attenzione, osservo e non solo ciò che mi riguarda personalmente, ma anche ciò che mi è a fianco, la vita degli altri, le parole degli altri, le tendo a ricordare e richiamare alla mente, perché attribuisco a tutto ciò un valore.
La mia è una battaglia di attenzione e concentrazione, sul di me e sugli altri, perché essere distratti può portare a perdere tanto, più di quello che si era disposti a lasciar andare via.
E mi sento sola molto spesso, terribilmente isolata in una condizione claustrofobica, come se non avessi spazio per muovermi in me stessa e allora divento rabbiosa, percepisco e acuisco tutte le mie mancanze e i vuoti della mia alquanto breve esistenza e in quei momenti aspetto che qualcosa accada, cerco negli altri una via di fuga e un aiuto che puntualmente non arriva e allora mi chiedo un altro perché.
La risposta più semplice sarebbe che pretendo dagli altri qualcosa che non possono darmi, un'attenzione che io ho, ma che non è detto che anche chi mi è vicino possieda, sbaglio riproponendo parti di me in individui che rimangono, seppure cari, distanti e separati.
Quello di cui avrei bisogno a questo punto non sono più parole, ma qualcosa di fisico, un bacio o un abbraccio, ma c'è la distanza, non solo quella reale di una casa dall'altra, bensì quella mentale e verbale, se non chiedo non posso aspettarmi che mi domandino loro o non posso pretendere che siano loro a domandarmi di che ho bisogno e così, come so già, ritorno al solito errore, applicare quello che farei io.
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