Tuesday, 28 February 2012


senza atti d'amore
senza calma di vento





Monday, 27 February 2012

Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti. 

Sunday, 26 February 2012

Perdonami, carissimo. Io sono uno che ama imparare; la terra e gli alberi non vogliono insegnarmi
nulla, gli uomini in città invece sì . Mi sembra però che tu abbia trovato la medicina per farmi uscire.
Come infatti quelli che conducono gli animali affamati agitano davanti a loro un ramoscello verde o qualche frutto, così  tu, tendendomi davanti al viso discorsi scritti sui libri, sembra che mi porterai in giro per tutta l'Attica e in qualsiasi altro luogo vorrai.


SOCRATE:
C'era una volta un fanciullo, o meglio un giovanetto assai bello, di cui molti erano innamorati. Uno di loro, che era  astuto, pur non essendo innamorato meno degli altri aveva convinto il fanciullo che non lo amava.
E un giorno, saggiandolo, cercava di persuaderlo proprio di questo, che bisogna compiacere chi non ama piuttosto che chi ama, e gli  parlava così : 

«Innanzi tutto, fanciullo, uno solo è l'inizio per chi deve prendere decisioni nel modo giusto: bisogna sapere su cosa verte la decisione, o è destino che si sbagli tutto. Ai più sfugge che non conoscono l'essenza di ciascuna  cosa.
Perciò, nella convinzione di saperlo, non si mettono d'accordo all'inizio della ricerca e proseguendo ne pagano le naturali conseguenze, poiché non si accordano né con se stessi né tra loro.
Che non capiti dunque a me e a te ciò che rimproveriamo agli altri, ma dal momento che ci sta dinanzi la questione  se si debba entrare in amicizia con chi ama piuttosto che con chi non ama, stabiliamo di comune accordo una definizione su cosa sia l'amore e quale forza abbia; poi, tenendo presente questa definizione e facendovi riferimento, esaminiamo se esso apporta un vantaggio o un danno.
Che l'amore sia appunto un desiderio, è chiaro a tutti; che inoltre  anche chi non ama desideri le cose belle, lo sappiamo.
Da che cosa allora distingueremo chi ama e chi non ama?
Occorre poi tenere presente che in ciascuno di noi ci sono due principi che ci governano e ci guidano, e che noi seguiamo dove essi ci guidano: l'uno, innato, è il desiderio dei piaceri, l'altro è un'opinione acquisita che aspira al sommo bene.
Talvolta questi due principi dentro di noi si trovano d'accordo, talvolta invece sono in disaccordo; talvolta  prevale l'uno, talvolta l'altro.
Pertanto, quando l'opinione guida con il ragionamento al sommo bene e prevale, la sua vittoria  ha il nome di temperanza; mentre se il desiderio trascina fuori di ragione verso i piaceri e domina in noi, il suo dominio viene chiamato dissolutezza. [..]
ebbene, il desiderio irrazionale che ha  il sopravvento sull'opinione incline a ciò che è retto, una volta che, tratto verso il piacere della bellezza e corroborato vigorosamente dai desideri a esso congiunti della bellezza fisica, ha prevalso nel suo trasporto prendendo nome dal suo  stesso vigore, è chiamato eros».
Ma caro Fedro, non sembra anche a te, come a me, che mi trovi in uno stato divino?
FEDRO: Certamente, Socrate! Ti ha preso una certa facilità di parola, contrariamente al solito!
SOCRATE: Ascoltami dunque in silenzio. Il luogo sembra veramente divino, percio non meravigliarti se nel prosieguo del discorso sarò spesso invasato dalle Ninfe: le parole che proferisco adesso non sono lontane dai ditirambi.
FEDRO: Dici cose verissime.
SOCRATE: E tu ne sei la causa. Ma ascolta il resto, poiché forse quello che mi viene alla mente potrebbe andarsene  via. A questo provvederà un dio, noi invece dobbiamo tornare col nostro discorso al fanciullo.

«[..]
Per chi è soggetto al desiderio ed è schiavo del piacere è inevitabile rendere l'amato
il più possibile gradito a sé; ma per chi è malato tutto ciò che non oppone resistenza è piacevole, mentre tutto ciò che è  più forte o pari a lui è odioso.
Così  un amante non sopporterà di buon grado un amato superiore o pari a lui, ma vuole sempre renderlo inferiore e  più debole: e inferiore è l'ignorante rispetto al saggio, il vile rispetto al coraggioso, chi non sa parlare rispetto a chi ha abilità oratorie, chi è tardo di mente rispetto a chi è d'ingegno acuto. è inevitabile che, se nell'animo dell'amato nascono  o ci sono per natura tanti difetti, o anche di più, l'amante ne goda e ne procuri altri, piuttosto che essere privato del
piacere del momento.
Ed è altresì  inevitabile che sia geloso e causa di grande danno, poiché distoglie l'amato da molte
altre compagnie vantaggiose grazie alle quali diverrebbe veramente uomo, danno che diventa grandissimo quando lo allontana da quella compagnia grazie alla quale diventerebbe una persona molto assennata.
Essa è la divina filosofia, da  cui inevitabilmente l'amante tiene lontano l'amato per paura di essere disprezzato, così   come ricorrerà  alle altre macchinazioni per fare in modo che sia ignorante di tutto e guardi solo al suo amante; e in questa condizione l'amato  sarebbe fonte di grandissimo piacere per lui, ma del massimo danno per se stesso.
Quindi, per quanto riguarda l'intelletto, l'uomo che prova amore non è in nessun modo utile come guida e come compagno.
Poi si deve considerare la costituzione del corpo, e quale cura ne avrà colui che ne diventerà padrone, dato che si trova costretto a inseguire il piacere anziché il bene.
Lo si vedrà  seguire una persona molle e non vigorosa, non cresciuta alla pura luce del sole ma nella fitta ombra, inesperta di fatiche virili e di secchi sudori, esperta invece di una  vita delicata ed effeminata, ornata di colori e abbellimenti altrui per mancanza dei propri, intenta a tutte quelle attività  conseguenti a ciò, che sono evidenti e non meritano ulteriori discussioni.
Ma stabiliamo un punto essenziale, e poi passiamo ad altro: per un corpo del genere, in guerra come in tutte le altre occupazioni importanti, i nemici prendono coraggio, gli amici e gli stessi amanti provano timore.
Perciò questo punto è da lasciar perdere, dato che è evidente, e bisogna passare invece a quello successivo, cioè quale vantaggio o quale danno arrecherà ai nostri beni la compagnia e la protezione di chi ama.
E’ chiaro a chiunque, ma  soprattutto all'amante, che egli si augurerebbe più d'ogni altra cosa che l'amato fosse orbo dei beni più cari, più preziosi  e più divini; accetterebbe che rimanesse privo di padre, madre, parenti e amici, ritenendoli causa d'impedimento e biasimo della dolcissima compagnia che ha con lui. E se possiede sostanze in oro o altri beni, egli penserà che non sia
facile da conquistare né, una volta conquistato, trattabile; ne consegue inevitabilmente che l'amante provi gelosia se l'oggetto del suo amore possiede delle sostanze, e gioisca se le perde. Inoltre l'amante si augurerà che l'amato sia senza  moglie, senza figli e senza casa il più a lungo possibile, poiché brama di cogliere il più a lungo possibile il frutto della sua dolcezza.
Ci sono altri mali ancora, ma un dio ha mescolato alla maggior parte di essi un piacere momentaneo;  per esempio all'adulatore, bestia terribile e fonte di grande danno, la natura ha comunque mescolato un piacere non privo di gusto.
E  così   qualcuno può biasimare come rovinosa un'etera o molte altre creature e attività  del genere, che almeno per un giorno possono essere occasione di grandissimo piacere; ma per l'amato la compagnia quotidiana dell'amante, oltre al danno che arreca, è la cosa di tutte più spiacevole. 
Infatti, come recita l'antico proverbio, il coetaneo si diletta del coetaneo (credo infatti che l'avere gli stessi anni conduca agli stessi piaceri e procuri amicizia in virtù della somiglianza); tuttavia anche il loro stare insieme genera sazietà.
Inoltre si dice che la costrizione è pesante per chiunque in qualsiasi circostanza: ed è proprio questo il rapporto che,  oltre alla differenza d'età, l'amante ha con il suo amato. Infatti, quando uno più vecchio sta assieme a uno più giovane, non lo lascia volentieri né di giorno né di notte, ma è tormentato da una necessità e da un pungolo che lo conduce a destra e a manca procurandogli di continuo piaceri a vedere, ascoltare, toccare l'amato e a provare tutto ciò che lui prova, sì  da mettersi strettamente e con piacere al suo servizio.
Ma quale conforto o quali piaceri darà  all'amato per  evitare che questi, stando con lui per lo stesso periodo di tempo, arrivi al colmo del disgusto? Quando quello vedrà un  volto invecchiato e non più in fiore, con tutte le conseguenze già spiacevoli da udire a parole, per non parlare poi se ci si trova nella necessità  di avere a che fare con esse; quando dovrà  guardarsi in ogni momento e con tutti da custodi sospettosi e sentirà elogi inopportuni ed esagerati, come anche insulti già insopportabili se l'amante è sobrio, vergognosi  oltre ogni sopportazione se è ubriaco e indulge a una libertà di linguaggio stucchevole e assoluta?
E se quando è innamorato e dannoso e spiacevole, una volta che l'amore è finito sarà inaffidabile per il tempo a venire, in prospettiva del quale era riuscito a malapena, con molte promesse condite di infiniti giuramenti e preghiere e  in virtù della speranza di beni futuri, a mantenere il legame già allora faticoso da sopportare.
E allora, quando bisogna pagare il debito, dato che dentro di sé ha cambiato padrone e signore, e assennatezza e temperanza hanno preso il posto  di amore e follia, è divenuto un altro senza che il suo amato se ne sia accorto.
Questi, ricordandosi di quanto era stato fatto e detto e pensando di parlare ancora con la stessa persona, chiede che gli siano ricambiati i favori resi allora; quello per la vergogna non ha il coraggio di dire che è diventato un altro, né sa come mantenere i giuramenti e le promesse fatte sotto la dissennata signoria precedente, dato che ormai ha riacquistato il senno e la temperanza, per non ridiventare simile a quello che era prima, se non addirittura lo stesso di prima, facendo le stesse cose.
Perciò diventa un  fuggiasco, e poiché l'amante di prima ora è di necessita reo di frode, invertite le parti, muta il suo stato e si dà  alla fuga.
L'altro è costretto a inseguire tra lo sdegno e le imprecazioni, poiché non ha capito tutto fin dal principio, cioè  che non avrebbe mai dovuto compiacere chi ama e di necessità  è privo di senno, ma ben più chi non ama ed è assennato; altrimenti sarebbe inevitabile concedersi a una persona infida, difficile di carattere, gelosa, spiacevole, danno  sa per le proprie ricchezze, dannosa per la costituzione fisica, ma dannosa nel modo più assoluto per l'educazione
dell'anima, della quale in tutta verità  non c'è e mai  ci sarà  cosa di maggior valore né per gli uomini né per gli dèi.
Pertanto, ragazzo, bisogna intendere bene questo, e sapere che l'amicizia di un amante non nasce assieme alla benevolenza, ma alla maniera del cibo, per saziarsi; come i lupi amano gli agnelli, così   gli amanti hanno caro un fanciullo»

Esporrò invece il discorso, che ascoltai, un tempo, su Amore, da una donna di Mantinea,
Diotima, che era sapiente in questo e in molte altre cose.

[..]Perché anch'io un presso a poco le dicevo le cose quali ora Agatone sosteneva con me, che Amore è un  gran dio, che è amore del bello: ed ella mi contraddiceva con i ragionamenti con cui ho confutato lui: che non è bello, secondo il mio discorso, e non è neanche buono.
E io le dicevo: "Come dici, Diotima? Amore è brutto, ed è anche cattivo?".
Ed essa: "E non vorrai parlare da costumato? O pensi forse che quel che non è bello debba per forza essere anche brutto?"
"Certo", dicevo.
"E quel che non è sapiente, deve essere ignorante? Non capisci dunque che tra sapienza e ignoranza c'è in mezzo qualche cosa?"
 "E cos'è questo?"
"E non sai che avere retta opinione, anche senza avere il mezzo di darne ragione, non è né sapere - è cosa illogica infatti, come potrebbe essere scienza? - e neppure ignorare - perché, quello che anche a caso  raggiunge il vero, come potrebbe essere ignoranza? -: un qualcosa di mezzo tra discernimento e ignoranza
"Tu dici il vero", le dicevo io.
"Non forzare dunque quel che non è bello a essere brutto, e quel che non è buono a essere cattivo. Così  anche Amore, siccome tu stesso ammetti che non è buono né bello, non pensare affatto che debba essere brutto e cattivo, ma un qualcosa di mezzo a queste cose", diceva.
"Eppure", intervenivo io, "si riconosce da parte di tutti che è un gran dio".
"Tu dici tutti quelli che non sanno", mi chiedeva, "o anche quelli che sanno?"
 "Dico tutti indistintamente".
Ed essa ridendo, mi chiedeva: "Ma come, Socrate, è riconosciuto come un grande dio da quelli che sostengono che non è neppure un dio?"
 "E chi sono questi?", rispondevo io.
"Uno", ribatteva, "sei tu, l'altro io".
E io ribattevo: "Ma come mai dici questo?".
Ed ella di rimando: "è facile", rispose.
"Dimmi: non sostieni tu che tutti gli dèi sono felici e belli? E oseresti dire che uno fra gli dèi non è né bello né felice?"
"Per Zeus! Io no!", rispondevo.
"E non chiami felici tu quelli che hanno bontà e bellezza?"
 "Ma certo".
"Ma hai ammesso che Amore, per mancanza della bontà  e della bellezza, desidera proprio queste cose di cui è privo?"
"L'ho ammesso, infatti".
"E come potrebbe essere un dio chi è privo della bellezza e della bontà?"
 "In nessun modo, a quel che pare".
"Vedi dunque", incalzava, "che anche tu pensi che Amore non sia un dio?"
"E cosa sarebbe allora", rispondevo, "un mortale?"
"Niente affatto".
"Ma cosa allora?"
 "Come si diceva prima", rispondeva, "un qualcosa di mezzo tra mortale e immortale".
"Cosa dunque, Diotima?"
"Un gran demone, Socrate. Infatti tutto ciò che ha parte del demone sta in mezzo al divino
e al mortale".
"E qual è il suo potere?", le chiedevo io.
"Di far capire agli dèi e di trasmettere loro quel che viene dagli uomini e agli uomini quel che viene dagli dèi, di quelli invocazioni e sacrifici, di questi i comandi e i compensi per i sacrifici.
Il mezzo tra questi e quelli colma l'esistente, dì  modo che il tutto è strettamente collegato con se stesso. [..] Il dio non ha relazione con l'uomo, ma attraverso Amore avviene ogni contatto e dialogo tra gli dèi e gli uomini o quando vegliano o quando dormono. Chi è sapiente in tutte queste cose è un uomo che ha parte del divino, chi lo è in qualche altra cosa, nelle arti o nei mestieri manuali, è solo un artigiano. Questi demoni sono parecchi e d'ogni specie. Uno di essi è anche Amore".
"E suo padre e sua madre chi sono?", chiesi io.
"è piuttosto lungo da esporre", rispose, "ma te lo dirò.”

“Quando venne al mondo Afrodite gli dèi si radunarono a banchetto e fra gli altri vi era anche Poro, figlio di Metide. Dopo che ebbero banchettato, siccome c'era stato un grande pranzo, venne Penia a mendicare e se ne stava  sulla porta. Poro, ebbro di nettare - il vino non c'era ancora - se ne andò nel giardino di Zeus, e appesantito dal cibo, si  addormentò. Penia dunque, tramando per la sua indigenza di concepire un figlio da Poro, si stese accanto a lui e rimase  incinta di Amore.
Anche per questo è seguace e servitore di Afrodite essendo stato concepito nel genetliaco di essa e
poiché per natura è amante del bello, e Afrodite è bella, Amore dunque perché è figlio di Poro e di Penia è stato posto in  tale sorte.
Per prima cosa è sempre povero, e manca molto che sia delicato e bello, quale molti lo reputano: è duro, sudicio, scalzo, senza casa, sempre nudo per terra, e dorme sotto il cielo presso le porte o per le strade, e poiché ha la natura della madre si trova a convivere sempre con l'indigenza.
Secondo l'indole del padre invece sempre insidia chi è bello e chi è buono; è coraggioso, protervo, caparbio, cacciatore terribile, sempre dietro a macchinare qualche insidia,
desideroso di capire, scaltro, inteso a speculare tutta la vita, imbroglione terribile, maliardo e sofista.
Per natura non è immortale né mortale e talora nello stesso giorno fiorisce e vive, quando prospera, ma talvolta muore e resuscita ancora,  proprio per la natura del padre; e quel che accumula sempre si dilegua, tanto che Amore non si trova mai né in povertà  né in ricchezza, e si trova sempre in mezzo a sapienza e ignoranza.
La cosa infatti sta così : nessuno degli dèi fa filosofia, né desidera essere sapiente; lo è già, né, se vi è qualcun altro  sapiente, fa filosofia, né d'altra parte gli ignoranti fanno filosofia, né desiderano diventare sapienti.
Poiché proprio in questo sta l'aspetto più ostico per l'ignoranza, il fatto che chi non è né buono né bello, né assennato ha la convinzione che tutto gli basti.
Pertanto chi non pensa di trovarsi nell'indigenza non può desiderare quello di cui non pensa di aver bisogno".
[..]
E per quel che tu credevi fosse Amore, non provavi cosa da suscitare meraviglia. Tu credevi infatti, come a me pare, e  l'arguisco da quello che tu dici, che Amore fosse l'amato e non l'amante.
Per questo, io penso, Amore ti appariva bellissimo. E in effetti ciò che è amato è in realtà bello, delicato, compiuto, e felice.
L'amante invece ha un altro aspetto ed è quello che io ho tratteggiato".
Ed io risposi: "Sia pure così , ospite, tu parli molto bene. Ma se Amore è fatto in questo modo quale utile offre agli uomini?"
"è proprio quello che tenterò di chiarirti fra un po'. Egli è tale ed è nato così , ed è, come dici, Amore delle cose belle.
Ma se uno ci chiedesse: e perché, Socrate e Diotima, Amore è amore del bello?
Più chiaramente: chi ama il bello, ama: cosa ama?".

E io risposi: "Averla".
"Ma la risposta esige ancora questa domanda: e che accadrà a colui che giunga ad avere il bello?"
A questa domanda  io risposi di non avere nulla per rispondere prontamente.
"Ma", incalzò, "nel caso che uno facendo uno scambio si avvalesse del buono al posto del bello e ti chiedesse: chi ama il bene, ama; ma cosa ama?"
"Averlo egli pure", risposi io.
"E cosa accadrà a colui cui tocchi di avere il bene?"
 "A questo proposito posso rispondere più facilmente", dissi io,  "perché sarà felice".
[..]
"E questo desiderio e questo amore pensi tu che sia comune a tutti gli uomini e che tutti vogliano avere per sé il bene  sempre, o come dici?"
"Così ", le risposi io: "che sia comune a tutti".
"Per qual motivo allora, Socrate, non diciamo che tutti amano, se pure tutti amano e sempre le stesse cose, ma sosteniamo invece che alcuni amano e altri no?"
"Me ne meraviglio anch'io", le risposi.
"Non fartene meraviglia", aggiunse, "perché sottraendo una qualche parte dell'amore, le affibbiamo poi il nome dell'intero, cioè d'amore, e per le altre invece ci serviamo di altri nomi».
"E come, in che modo?", incalzai io.
"Per esempio, così : poesia, come sai, è un qualcosa di complesso; infatti la causa per cui un qualcosa va dal non essere all'essere è sempre poesia (creazione), tanto che anche le realizzazioni che provengono da tutte le arti sono esse stesse poesia (creazioni) e i loro artefici sono tutti poeti (creatori)".
"Dici il vero".
"Tuttavia", aggiunse, "tu sai che non vengono chiamati poeti, ma hanno altri nomi, e che soltanto una parte ben circoscritta che deriva dalla poesia circoscritta, quella che riguarda la musica e i versi viene chiamata con il nome dell'intero. Soltanto questa viene chiamata poesia e solo quelli che si occupano di questa parte della poesia vengono chiamati poeti".
"Dici il vero", risposi.
"Così   avviene anche riguardo Amore. In sostanza ogni desiderio di bene e di felicità  è per tutti il potentissimo e orditore di tranelli Amore. Ma mentre coloro che si incamminano per un altro percorso, e sono parecchi al suo seguito,  o verso la ricchezza, l'attività  fisica, la filosofia, non si dice che amino e non sono chiamati amanti, quelli che si volgono e si affannano a un solo aspetto di esso conseguono il nome dell'intero: amore, amare, amanti".
"è ben probabile che tu dica il vero", risposi io.
"E corre anche una certa voce, secondo cui coloro che cercano la propria metà, sono quelli che amano; il mio ragionamento invece non sostiene che amore non è della metà, né dell'intero, se questo, in qualche modo, o amico, non  viene ad essere un bene, poiché gli uomini sono pronti anche a farsi tagliare i piedi e le mani se sembra loro che queste  'loro' cose siano cattive. E infatti essi, a uno a uno, a parer mio, non aspirano a questo 'loro', a meno che qualcuno non
chiami il bene proprio e 'di sé' e il male non chiami 'altrui'. Non v'è niente altro, infatti, che gli uomini amino, se non il  bene. Oppure, cosa te ne pare, diversamente?"
 "A me no, per Zeus!", risposi io.
"E dunque", continuò essa, "possiamo dire semplicemente che gli uomini amano il bene?"
"Certo", risposi.
"Ebbene? Non si deve porre anche che essi amano di averlo?"
"Si deve porre, sì ".
"E dunque", incalzò, "non solo averlo, ma averlo per sempre?"
 "Si deve presupporre anche questo".
"In definitiva", aggiunse, "l'Amore è amore di avere il bene sempre per sé".
"Tu dici ragioni assai vere", dissi io.
[..]
Chi intende muoversi a questa volta deve infatti cominciare finché è giovane ad andare verso i corpi belli, e in primo luogo, se guida bene colui che lo guida, amare un solo corpo e qui far venire alla luce bei discorsi, poi deve arrivare a capire che la bellezza che si trova in un corpo qualunque è identica a quella che si trova in un altro e che, se deve seguire il bello che  è in ogni aspetto, sarebbe grande stoltezza non comprendere che una sola, e la stessa, è la bellezza che si trova in tutti i corpi.
Quando abbia ben capito questo, deve divenire amante di tutti i corpi belli, e attenuare lo slancio eccessivo verso uno solo, quasi disprezzandolo e giudicandolo poca cosa; dopo di questo deve ritenere che la bellezza insita nelle anime  è da tenere in maggior conto di quella che è nei corpi, tanto che, se uno nell'anima è ben appropriato, anche se ha poco fiore, ne sia contento e lo ami e lo curi e concepisca discorsi adeguati e cerchi proprio quelli che sono in grado di rendere migliori i giovani, perché sia trascinato a considerare di nuovo il bello che è nei modi di comportarsi della vita e  nelle leggi e a osservare questo, che tutto ciò è a lui congeniale perché possa capire che tutto il bello che riguarda il corpo è cosa ben da poco.
 Dopo ai modi di comportarsi nella vita occorre condurlo alle conoscenze, perché ne intenda
la bellezza, e considerando ormai ogni aspetto del bello, e non più quello che si trova presso uno solo, come un servo, amando la bellezza di un ragazzetto, o di un uomo, o di una sola condotta di vita, venendo così  a servire scioccamente e  con grettezza d'animo, ma come volgendosi all'immenso mare del bello e prendendone ammirazione crei molti belli e stupendi discorsi e meditazioni in una aspirazione a una saggezza che non provochi invidia, finché, colmo di forza e
cresciuto, giunga a vedere un tipo unico di conoscenza di tal fatta, che è quella del bello nel modo che segue.

Cerca dunque", continuava, "di volgere qua la mente per quanto ti è possibile. Chi dunque venga guidato fino a questo livello nelle vicende d'amore vedendo l'un dopo l'altro e direttamente gli aspetti del bello, andando ormai al termine delle conoscenze d'amore, all'improvviso scorgerà  una bellezza, stupenda per la qualità, quella  appunto, Socrate, a causa della quale avvennero tutte le fatiche di prima; innanzitutto bellezza che sempre esiste, che non nasce e  non muore, che non cresce e non declina, poi che non è bella in parte e in parte brutta, né ora si, ora no, né bella da una  lato e brutta dall'altro, né bella qua e brutta là, come se fosse bella per alcuni e per altri brutta.
 Né a lui si potrà  rappresentare questa bellezza come un volto, mani, o alcun altro membro del corpo, né un discorso, né una conoscenza,  né come un qualcosa che sia in un altro differente da lei, quale in un essere vivente, in terra o in cielo, o in qualche altro luogo, ma come essa è in sé e per sé, con sé, essendo sempre in un solo aspetto, mentre tutte le altre bellezze hanno parte di lei, in modo tale, ad esempio, che mentre le altre sorgono e si dileguano, in nulla essa diviene né più grande né  più piccola, e nulla subisce. 
Sì   che, quando una di queste nostre vicende salendo attraverso il giusto amore per i giovanetti, comincia a scorgere questa bellezza, comincia ormai a toccare il proprio fine. 
Questo è il giusto procedere sulle cose d'amore o esservi guidati da un altro, cominciando dalle bellezze che si trovano qua, e in nome della bellezza  in sé salire, come ci si servisse di gradini, da uno a due, e da due a tutti i corpi belli, e dai corpi belli ai bei modi di comportamento, e dai modi di comportamento ai begli apprendimenti, e dagli apprendimenti giungere a quell'apprendimento estremo, che altro non è se non l'apprendimento di quella bellezza, e concludere conoscendo cosa è  quella bellezza in sé. 
Questo è il punto della vita, caro Socrate", diceva l'ospite di Mantinea, "se mai ve n'è qualcun altro
che deve essere vissuto dall'uomo, proprio quando egli contempla la bellezza in sé. E se mai riuscirai a vederla, non come ora, vesti, bei fanciulli e giovanetti, ti sembrerà  che essa sia, vedendo i quali ora sei colpito e sei pronto, tu e parecchi altri, pur di vedere questi vostri desideri e di stare sempre con essi, se mai fosse possibile, a non mangiare né a  bere, ma ad ammirarli  soltanto e a starvene con essi. E cosa pensi mai", continuava, "che accadrebbe a uno se vedesse la
bellezza in sé, genuina, pura, non mescolata, non incorporata di carni umane né di colori e di ogni altra vacuità mortale,  ma potesse contemplare in sé la bellezza divina, nel suo unico aspetto?
Pensi che fosse una vita da nulla quella di un uomo che la fissasse con lo sguardo e la contemplasse con quello con  cui si deve contemplare, e con essa avesse convivenza senza fine?
O non pensi piuttosto che soltanto lì , guardando la bellezza per quello in cui si lascia vedere, gli avvenga di generare  non immagini di virtù, perché non è una parvenza che egli tocca, ma la vera virtù, perché è il vero che egli tocca; e generando vera virtù e nutrendola, potrà accadergli di essere caro agli dèi, e, se mai ad altro uomo, potrà toccare a lui di  essere immortale?".

Queste cose, Fedro e voi tutti, a me diceva Diotima; e io ne fui convinto, così  convinto che tento di persuadere anche  gli altri, che,  per raggiungere un così   grande acquisto, non si potrebbe trovare facilmente per la natura umana un collaboratore migliore di Amore. Perciò sostengo che ogni uomo deve onorare Amore ed io stesso mi impegno particolarmente al suo insegnamento ed esorto anche agli altri. E anche ora e sempre elevo un elogio alla potenza e al coraggio d'amore per quanto sta in me. 
Un giorno, Socrate trova qualcosa sulla spiaggia che ha una bella forma: forse una conchiglia, forse un osso consumato dal mare: questo "frutto di un tempo infinito” Socrate lo ammira "senza aspettare risposta”. Il riconoscimento del bello è sempre il conferimento di un “un attributo di indeterminatezza: dire che un oggetto è bello, significa dargli valore di enigma”
 (Paul Valery).

Saturday, 25 February 2012

atru de rebellâ

Amìala ch'â l'arìa amìa cum'â l'é
amiala cum'â l'aria ch'â l'è lê ch'â l'è lê
amiala cum'â l'aria amìa amia cum'â l'è
amiala ch'â l'arìa amia ch'â l'è lê ch'â l'è lê

Guardala che arriva guarda com'è com'è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com'è
guardala che arriva che è lei che è lei

nera che porta via che porta via la via
nera che non si vedeva da una vita intera così dolcenera nera
nera che picchia forte che butta giù le porte

nu l'è l'aegua ch'à fá baggiá
imbaggiâ imbaggiâ

Non è l'acqua che fa sbadigliare
(ma) chiudere porte e finestre chiudere porte e finestre

nera di malasorte che ammazza e passa oltre
nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c'è luna luna
nera di falde amare che passano le bare

âtru da stramûâ
â nu n'á â nu n'á

Altro da traslocare
non ne ha non ne ha

ma la moglie di Anselmo non lo deve sapere
ché è venuta per me
è arrivata da un'ora
e l'amore ha l'amore come solo argomento

e il tumulto del cielo ha sbagliato momento
acqua che non si aspetta altro che benedetta
acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale
acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte

nu l'è l'aaegua de 'na rammâ
'n calabà 'n calabà

Non è l'acqua di un colpo di pioggia
(ma) un gran casino un gran casino

ma la moglie di Anselmo sta sognando del mare
quando ingorga gli anfratti si ritira e risale
e il lenzuolo si gonfia sul cavo dell'onda
e la lotta si fa scivolosa e profonda

amiala cum'â l'aria amìa cum'â l'è cum'â l'è
amiala cum'â l'aria amia ch'â l'è lê ch'â l'è lê

Guardala come arriva guarda com'è com'è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei

acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti
acqua per fotografie per cercare i complici da maledire
acqua che stringe i fianchi tonnara di passanti

âtru da camallâ
â nu n'à â nu n'à

Altro da mettersi in spalla
non ne ha non ne ha

oltre il muro dei vetri si risveglia la vita
che si prende per mano
a battaglia finita
come fa questo amore che dall'ansia di perdersi

ha avuto in un giorno la certezza di aversi
acqua che ha fatto sera che adesso si ritira
bassa sfila tra la gente come un innocente che non c'entra niente
fredda come un dolore Dolcenera senza cuore

atru de rebellâ
â nu n'à â nu n'à

Altro da trascinare
non ne ha non ne ha

e la moglie di Anselmo sente l'acqua che scende
dai vestiti incollati da ogni gelo di pelle
nel suo tram scollegato da ogni distanza
nel bel mezzo del tempo che adesso le avanza

così fu quell'amore dal mancato finale
così splendido e vero da potervi ingannare

Amìala ch'â l'arìa amìa cum'â l'é
amiala cum'â l'aria ch'â l'è lê ch'â l'è lê
amiala cum'â l'aria amìa amia cum'â l'è
amiala ch'â l'arìa amia ch'â l'è lê ch'â l'è lê

Guardala che arriva guarda com'è com'è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com'è
guardala che arriva che è lei che è lei
  


Riascoltavo Anime Salve e leggo di una cosa che avevo rimosso: l'alluvione a Genova. 
Interpretazioni, certo, tutto può essere interpretato, le parole degli altri sono milioni di ipotesi che a percorrerle tutte farei prima a morire ogni volta, ma leggere questa canzone come una alluvione mi piace. 
Alla fine la differenza si è fatta sottile, per me. 

atru de rebellâ - avrei detto "altro da/a cui ribellarsi" ed invece è "altro da trascinare" - una sfumatura data dall'ignoranza, ma chissà in quante altre cose funziona così.


Wednesday, 22 February 2012

Sintesi neg-attiva

1) L'uomo nato libero ovunque è in catene. 

2) L'uomo è un'inutile passione 

3) Pensare significa oltrepassare 




Saturday, 18 February 2012

quando rido senza muovere il mio viso





Piccola città, bastardo posto,

appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,

nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano...

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l' odore del dopoguerra...

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West...

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via...

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l'oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà...





Mi chiedo che significato possa avere per me esclamarmi, a voce alta, parlare del sole che senza un finalmente entra nella mia giornata e smettere di usare le virgole perchè quando parlo con me stessa non faccio pause.
Ho messo un punto non avrei dovuto ma in realtà era solo una frase che finiva ed era per dirmi di andare un po' oltre giusto un rigo e considerare un pensiero il pensiero che segue e dimenticarmi di qualcosa che arriva non so bene da dove forse dalla solita voragine al centro del petto ormai del tutto compromesso.
Vedo la mia schiena che si muove, vedo il cortile di Falcone, vedo la faccia di una bambina con un cappello di paglia che si chiede come crescano quelle piante là, nell'angolo accanto alle galline.
Si chiama memoria nostalgica per la maledetta voglia di dare un nome a tutto quello che accade, quel procedimento critico che porta alla costruzione di uno stato, altrettanto drammatico, che porterà dove, al momento, non voglio indovinare.
Mentre cammino mi sfugge un po' quello che sento, mi devo muovere tra le persone - le persone - sembra che io parli con cognizione di causa e in realtà ignoro questi fondamentali eppure insignificanti accessori del mio campo visivo. 
Le parole non mi vengono più, dovrei esprimermi con delle immagini che non riesco a focalizzare, perciò mi limiterò a raccontarmi di quello che potrei fare, a coltivare questa, chiamiamola, emozione (ignorandone anche il significato) ed accudirla in attesa di potermi vedere nuovamente dove voglio essere. 
E delle parole che dovrei dire, come potrei o cosa dovrei fare, per impedire che si perdano in delle frasi così stupide, inutili a tal punto da esser niente? 
Certe volte vorrei poter stare in silenzio, imparare a conservare solo ed unicamente per il valore che attribuisco a ciò che ricordo di me. 

Elegia I


Oh, e la notte, la notte, quando il vento 
pieno di spazio celeste il viso ci rode -, a chi 
non rimarrebbe l'agognata mite delusiva, 
che il singolo cuore attende a fatica. 
E' per gli amanti più lieve? Ah, essi 
si coprono solo l'un l'altro la sorte. 
Non lo sai ancora ? Getta il vuoto 
dalle braccia agli spazi che respiriamo; 
ah, forse gli uccelli sentiranno l'aria 
slargata con più intimo volo.

Sì, forse le primavere ti volevano.

Friday, 17 February 2012

come un bel sogno inutile 
che si scorda al mattino.

Probabilmente c'è la neve e fa freddo là dove sei tu e io non so neanche se c'è il sole fuori da questa stanza, potrei immaginarmelo, così per sentire un po' meno freddo e colorare un po' questa faccia scura, ma non lo farò, mi lascerò su questa sedia con una prospettiva orizzontale, corta in lunghezza, lunga in durata, piccola stasi. 
Ieri notte un'altra conclusione, nuove sentenze per giustificare quelle assenze là,  che mi lasciano in piedi a fissarmi in uno specchio troppo grande per me, su un divano senza fiori e l'odore di chiuso che non sento neanche più. 
Una conclusione, una volta ancora. 
E' divertente vedere come tutto intorno a me esali l'ultimo respiro : questo computer, il  mio cellulare, la canzone che ascolto e l' ultimo brandello di quello che avevo chiamato in un modo sconosciuto e improvviso, illuminando tutte le mie giornate con una forza che non ero in grado di accettare.
Cancellerò tutto, senza dimenticare nulla. 
E sarò così stupida da pensare che te ne andrai.

Senza collegamento

Un sorriso è caduto nell'erba. 
Irrecuperabile! 

-

Questo è il mare, dunque, questa grande sospensione.
Come fa affiorare la mia infiammazione, il cataplasma del sole. 

-

Stasi nel buio.
Poi l'insostanziale azzurro
riversarsi di altura e lontananze. 
-
Le notti spariranno di scatto come palpebra di lucertola:
un mondo di giorni bianche e nudi in un'orbita senz'ombra. 

Una noia d'avvoltoio mi affissò in questo tronco. 
Se lui fosse me farebbe ciò che feci. 


Il colore affluisce nel punto, viola opaco. 
Il resto del corpo è slavato
colore di perla. 

In un pozzo di roccia
il mare succhia ossessivo,
una cavità perno di tutto il mare.

Grande come una mosca,
il segno fatale 
striscia giù per il muro.

Il cuore si chiude,
il mare rifluisce,
gli specchi sono velati.
-
Dovremmo  incontrarci in un'altra vita, incontrarci nell'aria,
io e te. 

(da Ariel )



Thursday, 16 February 2012

Un portico crollato è il cuore mio

I
Mi scordo delle ore trasviate.
L'autunno abita angustie sopra i colli,
mette un indaco vago nei ruscelli
L'anima è un'ostia di spavento, e tutta strade

Mi accade questo paesaggio: fate
di sepolcro orgiastico, Bruni i cieli 
del tuo volto e gli estremi toni
del ponente sotto gli archi bisbigliano 

Nel chiostro che imprigiona la lucidità
uno spasimo spento in odio all'ansia
lascia giorni d'isole viste dalle murate

Nella mia fatica persa fra le nevi; 
e il color d'Autunno è un funerale di appelli
sulla via della mia dissonanza.   

 V

Tenue, frusciando seta sulle ore,
la tua ombra in sussurro passa e scorda,
ed ogni giorno rimandi alla preghiera

il rito di cui solo il ritmo apprendi. 

Mare, lontano e prossimo inumidisce

le labbra tue dove più che in te scolori
E alata , lieve, sul dolo che piangi,
la sera scende senza darti cura.

Nell'antechiardiluna, erra la voce
di stagni nel grande parco gorgogliano le acque 
nel buio incerto, stagni al mio dolore. 

Delle ore diseguali è il mio dominio,
diedi il mio gesto stanco alle alghe duoli
che sono oltre il nostro essere autunnali. 


VII

Ah, essere solo una metafora
scritta in un qualche libro insussistente 
d'un antico poeta, l'anima in altre gamme. 

 IX 

Un portico crollato è il cuore mio
che dà eccessivamente sopra il mare.
Vedo nell'anima passare vele vane,
ed ogni vela ha una sola direzione.

Uno sghimbescio di ombre e di rumore
nella tersa solitudine dell'aria
richiama stelle sulla notte stando
in lontani cieli il portico partito

E fra palmeti di Antille intraviste
attraverso tendaggi di ametiste,
ecco scostati i sogni con le mani,

Imperfetto è il sapor di compensare
il grande spazio fra i trofei eretti
dentro un trionfo rumoroso e mosso. 

X
Dall'infinita vetta mi è toccata 
la vita mia. Fra spesse brume,
primi fumi di un'erema esistenza,
venni acquistando, e per bizzarri riti

D'ombra e di luce occasionale, e vaghi
gridi lontani, e passeggeri slanci
di incognito rimpianto, bagliori
di divino, quest'essere fosco e proscritto.

La pioggia cadde in passati che già fui.
Ci furono campi di neve e cieli bassi
su alcunché di anima di ciò che è mio. 

Mi raccontai nell'ombra, senza capirmi.
Oggi mi so il deserto, ov'ebbe Dio
un tempo la capitale dell'oblio. 

XII

E io sarò il tuo ritorno, questo confuso
abisso tra il mio sogno e il mio futuro. 

(Da Stazioni della Via Crucis di Alvaro de Campos ovvero Fernando Pessoa) 

Saturday, 11 February 2012

Well met, well met, my own true love, well met, well met


           Nella sorgente dei tuoi occhi 
               vivono le reti dei pescatori del mare errante. 
               Nella sorgente dei tuoi occhi 
               il mare mantiene la sua promessa.

               Qui io scaglio, 
               un cuore, che indugiò fra uomini, 
               le mie vesti e il fulgore di un giuramento:

               più nero nel nero, io sono più nudo. 
               Apostata solo, io sono fedele. 
               Io sono tu, quando io sono io.

               Nella sorgente dei tuoi occhi 
               vago alla deriva, sognando rapimenti.

               Una rete  ne catturò un'altra: 
               ci congediamo, avvinghiati.

               Nella sorgente dei tuoi occhi 
               un impiccato strozza la sua forca. 




                     Nei solchi della moneta celeste 
                    nella fessura della soglia tu pressi la parola, 
                    da cui io mi dispiegai, 
                    allorchè con pugni malfermi 
                    smantellai, tegola dopo tegola, 
                    sillaba dopo sillaba, 
                    il tetto sopra di noi, 
                    per amore del barlume 
                    di rame della ciotola 
                    da questua 
                    lassù.




                    


Thursday, 9 February 2012

              Arriverà il giorno in cui ti chiederò di perdonarmi, di perdonare quei troppi scambiati per te. 




Sunday, 5 February 2012

Mais ce corps-là, j'en ai rêvé, mais ce visage, comme il m'appelle



J'aimerais cette fois que ça tienne
J'aimerais cette fois que ça tienne
Cinquante balais frappés et plus de coeur à balayer
Il faudrait cette fois que ça tienne
Que je m'en souvienne
Les rues d'ordre les gueules froissées
Les ciels rincés, c'est plus la peine
Que tout s'évanouisse à côté
De ces yeux qui veulent que je vienne
Il faudrait cette fois que ça tienne
Il va falloir que je me tienne
Il va falloir me rassembler
Remettre sous la même enseigne
Les produits de moi dérivés
Attends, je me renseigne
Où j'étais il y a une semaine ?
Et comment j'étais habillé ?
Où j'étais il y a une semaine ?
Et comment j'étais habillé ?
À quelle histoire je m'étais voué
Pour l'éternité d'un week-end ?
Cinquante années, ça fait du monde !
Ca en fait des routes encombrées !
Ca en fait des mouchoirs qui traînent !
Des constellations d'yeux trempés
Mais ce corps-là, j'en ai rêvé
Mais ce visage, comme il m'appelle !
Ces yeux, comme ils veulent me percer !
Il faudrait cette fois que ça tienne
Il va falloir que je me tienne
Qu'on ne m'y prenne pas à parader
À faire le vieux paon déchaîné
Pour l'éternité d'une semaine
Cinquante ans que je vois le monde
Les points cardinaux se toiser
Le soleil entrer dans la tour
Les pendules et la mer qui monte
Et je bouge avec ce qui bouge
Et pas le moindre bruit de chaînes
Et face à moi pas un feu rouge
Comment veux-tu qu'un jour ça tienne? 



Friday, 3 February 2012

You have all the prayers of my loose heart You have all the prayers of


And I know when time 
will pass by slow
without my heart
what can I do
you're in the halls
the bell gives way to a larger swell
without my heart 
what can I do, oh
wroclai

Thursday, 2 February 2012

1 Febbraio 2012 - 88 anni e Miłej podróży.

Quattro miliardi di uomini su questa terra,
ma la mia immaginazione è uguale a prima.
Se la cava male con i grandi numeri.
Continua a commuoverla la singolarità.
Svolazza nel buio come la luce di una pila,
illumina solo i primi visi che capitano,
mentre il resto se ne va nel non visto,
nel non pensato, nel non rimpianto.
Ma questo neanche Dante potrebbe impedirlo.
E figuriamoci quando non lo si è.
Anche se tutte le Muse venissero a me.



Non omnis moriar - un cruccio precoce.
Ma vivo intera? E questo può bastare?
Non è mai bastato, e tanto meno adesso.
Scelgo scartando, perché non c'è altro modo,
ma quello che scarto è più numeroso,
è più denso, più esigente che mai.
A costo di perdite indicibili - una poesiola,
                                                         un sospiro.
Alla chiamata sonante rispondo con un sussurro.
Non dirò di quante cose taccio.
Un topo ai piedi della montagna materna.
La vita dura qualche segno d'artiglio sulla sabbia.

Neppure i miei sogni sono popolati come
                                                        dovrebbero.
C'è più solitudine che folle e schiamazzo.
Vi capita a volte qualcuno morto da tempo.
Una singola mano scuote la maniglia.
La casa vuota si amplia di annessi dell'eco.

Dalla soglia corro giù nella valle
silenziosa, come di nessuno, già anacronistica.

Da dove venga ancora questo spazio in me -
non so.

Wednesday, 1 February 2012

E chi sono io, che dovrei amare Così saggiamente e così bene.

Virginia era una donna al contempo curiosa e indipendente; una curiosità spesso scambiata per affetto, e un'indipendenza spesso interpretata come svagato distacco. Essa dava quindi talora l'impressione di essere una parte di tutti, e pure di non appartenere ad alcuno.

"Mi chiedo perché continuo a scriverti aspettando la fine di una lettera per dirti quello che, sopraffatto dall'incapacità di sillabarlo, esiste in ogni mia giornata.
Fosse solo la mancanza quella che mi impedisce di allontanarti dalla mia testa, Vita. "



C'è nel contatto umano un limite fatale,
non lo varca nè amore nè passione,
pur se in muto spavento si fondono le labbra
e il cuore si dilacera d'amore.

Perfino l'amicizia vi è impotente,
e anni d'alta, fiammeggiante gioia,
quando libera è l'anima ed estranea
allo struggersi lento del piacere.

Chi cerca di raggiungerlo è folle,
se lo tocca soffre una sorda pena...
ora hai compreso perchè il mio cuore
non batte sotto la tua mano.
A.A.