Thursday, 16 February 2012

Un portico crollato è il cuore mio

I
Mi scordo delle ore trasviate.
L'autunno abita angustie sopra i colli,
mette un indaco vago nei ruscelli
L'anima è un'ostia di spavento, e tutta strade

Mi accade questo paesaggio: fate
di sepolcro orgiastico, Bruni i cieli 
del tuo volto e gli estremi toni
del ponente sotto gli archi bisbigliano 

Nel chiostro che imprigiona la lucidità
uno spasimo spento in odio all'ansia
lascia giorni d'isole viste dalle murate

Nella mia fatica persa fra le nevi; 
e il color d'Autunno è un funerale di appelli
sulla via della mia dissonanza.   

 V

Tenue, frusciando seta sulle ore,
la tua ombra in sussurro passa e scorda,
ed ogni giorno rimandi alla preghiera

il rito di cui solo il ritmo apprendi. 

Mare, lontano e prossimo inumidisce

le labbra tue dove più che in te scolori
E alata , lieve, sul dolo che piangi,
la sera scende senza darti cura.

Nell'antechiardiluna, erra la voce
di stagni nel grande parco gorgogliano le acque 
nel buio incerto, stagni al mio dolore. 

Delle ore diseguali è il mio dominio,
diedi il mio gesto stanco alle alghe duoli
che sono oltre il nostro essere autunnali. 


VII

Ah, essere solo una metafora
scritta in un qualche libro insussistente 
d'un antico poeta, l'anima in altre gamme. 

 IX 

Un portico crollato è il cuore mio
che dà eccessivamente sopra il mare.
Vedo nell'anima passare vele vane,
ed ogni vela ha una sola direzione.

Uno sghimbescio di ombre e di rumore
nella tersa solitudine dell'aria
richiama stelle sulla notte stando
in lontani cieli il portico partito

E fra palmeti di Antille intraviste
attraverso tendaggi di ametiste,
ecco scostati i sogni con le mani,

Imperfetto è il sapor di compensare
il grande spazio fra i trofei eretti
dentro un trionfo rumoroso e mosso. 

X
Dall'infinita vetta mi è toccata 
la vita mia. Fra spesse brume,
primi fumi di un'erema esistenza,
venni acquistando, e per bizzarri riti

D'ombra e di luce occasionale, e vaghi
gridi lontani, e passeggeri slanci
di incognito rimpianto, bagliori
di divino, quest'essere fosco e proscritto.

La pioggia cadde in passati che già fui.
Ci furono campi di neve e cieli bassi
su alcunché di anima di ciò che è mio. 

Mi raccontai nell'ombra, senza capirmi.
Oggi mi so il deserto, ov'ebbe Dio
un tempo la capitale dell'oblio. 

XII

E io sarò il tuo ritorno, questo confuso
abisso tra il mio sogno e il mio futuro. 

(Da Stazioni della Via Crucis di Alvaro de Campos ovvero Fernando Pessoa) 

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