Monday, 30 January 2012

song for.


 Love Song 



I love your eyes when you look away
Thinking somewhere else of what ought to be
When they're suddenly blue for a moment of time
Then the colour goes when you look at me

I love your hands as a part of you
As they write a word just by staying still
When you talk they move, painting what you say
So i understand more than words can tell

I love your hair in the dark it's soft
In the light it moves, red and green are brown
All the time it takes for a night to pass
And a lifetime grows as the day comes down

I love you now as you don't love me
I can't let you know you're too far away
But i wonder now just what did you see
When you looked at me in that loveless way



Friday, 27 January 2012

Das rothe Haus

Doch dacht’ ich mir, noch bist Du gesund,
Die wollen Dich nur betrügen, —
Noch bist Du gesund, noch bist Du gescheid,
Und lässt das Haus links liegen!


Noch hast Du unendlich lieb die Welt
Mit all’ ihren Schmerzen und Jammer,
Und lieber verbluten, als leben hier
In dieser rothen Kammer!


Noch hast Du die Liebe, — sie ist gewiss
Das mächtigste der Gefühle,
Sie rettet Dich vor dem rothen Haus
Und vor dem schmutz’gen Gewühle.



vieni, andiamo, andiamo via



E guardo fuori dalla finestra e vedo quel muro solito che tu sai.
Sigaretta o penna nella mia destra  , simboli frivoli che non hai amato mai;
quello che ho addosso non ti è mai piaciuto, racconto e dico e ti sembro muto,
fumare e scrivere ti suona strano, meglio le mani di un artigiano
e cancellarmi è tutto quel che fai;
ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare 
e rido in faccia a quello che cerchi e che mai avrai!

Non sai che ci vuole scienza, ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità, 
ma maturo o meno io ne ho abbastanza della complessa tua semplicità.
Ma poi chi ha detto che tu abbia ragione, coi tuoi "also sprach" di maturazione 
o è un' illusione pronta per l'uso da eterna vittima di un sopruso,
abuso d' un mondo chiuso e fatalità; 
ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare,
ma non raccontare a me che cos'è la libertà!

La libertà delle tue pozioni, di yoga, di erbe, psiche e di omeopatia,
di manuali contro le frustrazioni, le inibizioni che provavi quì a casa mia,
la noia data da uno non pratico, che non ha il polso di un matematico,
che coi motori non ci sa fare e che non sa neanche guidare,
un tipo perso dietro le nuvole e la poesia,
ma ora scommetto che vorrai provare quel che con me non volevi fare:
fare l' amore, tirare tardi o la fantasia!

La fantasia può portare male se non si conosce bene come domarla,
ma costa poco, val quel che vale, e nessuno ti può più impedire di adoperarla;
io, se Dio vuole, non son tuo padre, non ho nemmeno le palle quadre,
tu hai la fantasia delle idee contorte, vai con la mente e le gambe corte, 
poi avrai sempre il momento giusto per sistemarla: 
le vie del mondo ti sono aperte, tanto hai le spalle sempre coperte 
ed avrai sempre le scuse buone per rifiutarla!

Per rifiutare sei stata un genio, sprecando il tempo a rifiutare me,
ma non c'è un alibi, non c'è un rimedio, se guardo bene no, non c'è un perchè; 
nata di marzo, nata balzana, casta che sogna d' esser puttana, 
quando sei dentro vuoi esser fuori cercando sempre i passati amori 
ed hai annullato tutti fuori che te, 
ma io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri,
persa a cercar per sempre quello che non c'è,
io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri
persa a cercar per sempre quello che non c'è,
io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri 
persa a cercar per sempre quello che non c'è...





La parola non salva, talvolta sogna

DA NELL’INSIDIA DELLA SOGLIA


Nell’insidia della soglia


Urta,
urta per sempre.

Nell’insidia della soglia.


Contro la porta, sigillata,
contro la frase, vuota.
Nel ferro, ridestando
solo queste parole, il ferro.

Nel linguaggio, nero.


In colui che è qui
immobile, vegliando
sul tavolo carico
di bagliori, di segni. E che tre volte

viene chiamato, ma non si alza.

………………………………..
Nell’adunarsi, cui è mancato
il celebrabile.

Nel grano deformato,
nel vino prosciugato.

Nella mano che trattiene
una mano assente.

Nella inutilità
del rammemorare.

Nello scrivere, frettolosamente
messo al riparo, di notte

e nelle parole spente
ancor prima dell’alba.

………………………………
Nella bocca che vuole
da un’altra bocca
il miele che nessuna estate
può maturare.

Nella nota che, bruscamente,
si fa intensa
fino a essere, glaciale,
quasi lo stretto

poi l’insistenza della
nota taciuta
che disunisce l’onda
nuda, sotto la stella.

In un riflesso di stella
su un po’ di ferro.
Nell’angoscia dei corpi
che non si trovano.

Urta, tardi.

Labbra desideranti
anche se il sangue scorre,

la mano alta in urto
ancora quando
il braccio è ormai
cenere dissipata.

…………………………………
DA LE ASSI CURVE

Una pietra

Non più sentieri per noi, soltanto l’erba alta,
non più passaggio a guado, soltanto il fango,
non più letto preparato, soltanto l’abbraccio
attraverso noi delle ombre e delle pietre.

Ma chiara è questa notte
come desideravamo che fosse la nostra morte.
Essa sbianca gli alberi, si allargano.
Il loro fogliame: sabbia, poi schiuma.
Anche oltre il tempo spunta il giorno.


Che questo mondo rimanga!

1. Rialzo un ramo 
che si è spezzato. Le foglie 
grevi d’acqua e d’ombra
come questo cielo, di ancor

prima del giorno. O terra,
segni disarmonici, sentieri sparsi,
ma bellezza, assoluta bellezza,
bellezza di fiume,

che questo mondo rimanga,
malgrado la morte!
Stretta contro il ramo
l’oliva grigia.

2. Che questo mondo rimanga,
che perfetta la foglia
orli per sempre nell’albero
l’imminenza del frutto!

Che le upupe, il cielo
aprendosi, all’alba,
volino via per sempre, da sotto il tetto
del fienile vuoto,

poi si posino, laggiù
nella leggenda,
e tutto è immobile
ancora per un’ora.

3. Che questo mondo rimanga!
Che l’assenza, la parola
restino unite, per sempre,
nella cosa semplice.

L’una per l’altra quel che è
il colore per l’ombra,
l’oro del frutto maturo per l’oro
della foglia secca.

Per separarsi solo
con la morte
come lucentezza e acqua lasciano la mano
su cui fonde la neve.


Nell’inganno delle parole

2. E potrei
fra poco, al sussulto del brusco risveglio
dire o tentare di dire il tumulto
degli artigli e delle risa che si scontrano
con l’avidità senza gioia delle vite primarie
al bordo sconnesso della parola.
Potrei gridare che ovunque sulla terra
ingiustizia e sciagura devastano il senso
che lo spirito ha sognato di dare al mondo,
insomma, ricordarmi di ciò che è,
non essere che la lucidità che dispera
e, benché sia ritorta,
ai rami del giardino di Armida la chimera
che inganna la ragione quanto il sogno,
abbandonare le parole a chi cancella,
prosa, per evidenza della materia,
l’offerta della bellezza nella verità.

Ma mi sembra anche che non sia reale
che la voce che spera, fosse essa 
inconsapevole delle leggi che la negano.
Reale, solo, il fremito della mano che tocca
La promessa di un’altra, reali, sole,
queste sbarre che spingiamo nella penombra,
quando si fa sera, di un sentiero di ritorno.
So tutto quello che occorre cancellare dal libro,
una parola comunque resta a bruciarmi le labbra.

O poesia,
non posso impedirmi di chiamarti
col tuo nome che non si ama più tra quelli che errano
oggi tra le rovine della parola,
oso rivolgermi a te, direttamente,
come nell’eloquenza delle epoche
in cui si ponevano, alla vigilia dei giorni di festa,
in cima alle colonne dei saloni,
ghirlande di foglie e di frutti.

Lo faccio, confidando che la memoria
Insegnando le sue parole semplici a quelli che cercano
di far essere il senso malgrado l’enigma
farà decifrare loro, nelle sue grandi pagine,
il tuo nome uno e molteplice, in cui arderanno
in silenzio, fuoco chiaro,
i rami dei loro dubbi e delle loro paure.
<> lei dirà, nel solo libro
che si scriva attraverso i secoli, < i segni nelle immagini. E le montagne
inazzurrarsi in lontananza, per esservi una terra.
Ascoltate la musica che delucida
con il flauto sapiente alla vetta delle cose
il suono del colore in ciò che è.>>

O poesia,
io so che ti disprezzano e ti negano,
che ti considerano un teatro, perfino una menzogna,
che ti gravano degli errori del linguaggio,
che dicono infetta l’acqua che tu porti
a quelli che tuttavia desiderano bere
e delusi si allontanano, verso la morte.

Ed è vero che la notte gonfia le parole,
venti girano le loro pagine, fuochi sfiancano
le loro bestie atterrite fin sotto ai nostri passi.
Abbiamo creduto che ci avrebbe condotto lontano
il sentiero che si perde nell’evidenza.
no, le immagini cozzano contro l’acqua che sale,
la loro sintassi è incoerenza, cenere,
e presto nemmeno vi è più immagine,
più libro, più grande corpo caloroso del mondo
con le braccia del desiderio.

Ma so comunque che non esiste altra stella
che si muova, misteriosamente, auguralmente
nel cielo illusorio degli astri fissi,
se non la tua barca sempre oscura, ma dove ombre
si raggruppano a prua e perfino cantano,
come un tempo quelli che arrivavano, quando s’ingrandiva
davanti a loro, alla fine del lungo viaggio,
la terra nella schiuma e brillava il faro.

E se rimane
altro che un vento, uno scoglio, un mare,
io so che tu sarai, anche di notte,
l’àncora gettata, i passi barcollanti sulla sabbia,
e la legna raccolta, e la scintilla
sotto i rami umidi, e, nell’inquieta
attesa della fiamma che esita,
la prima parola dopo il lungo silenzio,
il primo fuoco in fondo al mondo morto.

5. Ora, nello stesso sogno
sono disteso sul fondo di una barca,
la fronte, gli occhi poggiati contro le sue assi curve
su cui ascolto frangersi l’acqua bassa del fiume.
E bruscamente questa prua di solleva,
immagino che già qui sia l’estuario,
ma mantengo gli occhi rivolti contro il legno
che ha odore di catrame e di colla.
Troppo vaste le immagini, troppo luminose
che ho accumulate nel mio sonno.
Perché rivedere, fuori,
le cose delle quali le parole mi parlano, ma senza convincere,
desidero una riva più alta o meno oscura.

Eppure rinuncio a questo suolo che si muove
sotto il corpo che si cerca, mi alzo,
percorro la casa da una stanza all’altra,
ve ne sono adesso innumerevoli,
sento gridare voci dietro porte,
sono colto da quei dolori che battono
alle cornici che si sgretolano, mi affretto,
troppo greve è per me la notte che dura, entro spaventato
in una sala piena di banchi,
vedi, mi dicono, fu la tua classe,
vedi sui muri le tue prime immagini,
vedi, è l’albero, vedi, qui è il cane che guaisce,
e quella carta geografica, alla parete
gialla, quello scolorirsi dei nomi e delle forme,
quel disfarsi delle montagne, dei fiumi,
attraverso il biancore che raggela il linguaggio,
vedi, fu il tuo solo libro. L’Iside del gesso
del muro di quella sala, che si scrosta,
non ha mai avuto, non avrà mai nient’altro
da socchiudere per te, richiudere su di te.

Teatro

Teatro
(Théâtre)

I.

Je te voyais courir sur des terrasses,
Je te voyais lutter contre le vent,
Le froid saignait sur tes lèvres.

Et je t’ai vue te rompre et jouir d’être morte ô plus belle
Que la foudre, quand elle tache les vitres blanches de ton sang.

*

Ti vedevo correre sulle terrazze,
ti vedevo lottare contro il vento,
il freddo sanguinava sulle tue labbra.

E ti ho vista frantumarti e gioire di essere morta, tu più bella
della folgore, quando macchia i vetri bianchi del tuo sangue.

II.

L’été vieillissant te gerçait d’un plaisir monotone,
nous méprisions l’ivresse imparfaite de vivre.

«Plutôt le lierre, disais-tu, l’attachement du lierre aux
pierres de sa nuit: présence sans issue, visage sans racine.

«Dernière vitre heureuse que l’ongle solaire déchire,
plutôt dans la montagne ce village où mourir.

«Plutôt ce vent…»

*

L’estate al declino ti screpolava di un piacere monotono,
noi disprezzavamo l’ebbrezza incompiuta della vita.

«Meglio l’edera – dicevi – l’attechire dell’edera alle pietre
della sua notte: presenza senza profilo, viso senza radici.

«Ultimo vetro felice che l’unghia del sole lacera,
meglio un villaggio sul monte, dove morire.

«Meglio questo vento…»

III.

Il s’agissait d’un vent plus fort que nos mémoires,
Stupeur des robes et cri des rocs – et tu passais devant ces flammes
La tête quadrillée les mains fendues et toute
En quête de la mort sur les tambours exultants de tes gestes.

C’était jour de tes seins
Et tu régnais enfin absente de ma tête.

*

Era un vento più forte delle nostre memorie,
stupore di vesti e grida di rocce – e tu passavi davanti alle fiamme
la testa quadrettata, le mani incrinate e tutta
desiderosa della morte sui tamburi esultanti dei tuoi gesti.

Albeggiava dal tuo seno
e tu regnavi infine assente dalla mia mente.

IV.

Je me réveille, il pleut. Le vent te pénètre, Douve,
lande résineuse endormie près de moi. Je suis sur une
terrasse, dans un trou de la mort. De grands chiens
de feuillage tremblent.

Le bras que tu soulèves, soudain, sur une porte, m’il-
lumine à travers les âges. Village de braise, à chaque
instant je te vois naître, Douve,

A chaque instant mourir.

*

Mi risveglio, piove. Il vento ti attraversa, Douve,
landa resinosa assopita accanto a me.
Sono su una terrazza, in una buca della morte.
Grandi cani di foglie tremano.

Il braccio che tu sollevi, fulmineo, su una porta,
mi illumina attraverso le età. Villaggio di brace,
a ogni istante ti vedo nascere, Douve,

a ogni istante morire.

V.

Le bras que l’on soulève et le bras que l’on tourne
Ne sont d’un même instant que pour nos lourdes têtes,
Mais rejetés ces drapes de verdure et de boue
Il ne reste qu’un feu du royaume de mort.

La jambe démeublée où le grand vent pénètre
Poussant devant lui des têtes de pluie
Ne vous éclairera qu’au seuil de ce royaume,
Gestes de Douve, gestes déjà plus lents, gestes noirs.

*

Il braccio che si solleva e il braccio che si volge
occupano lo stesso istante solo nelle nostre menti grevi,
ma dismesse le vesti di verde e di fango
non rimane che un fuoco del regno dei morti.

La gamba sradicata dove il gran vento penetra
spingendo avanti a sé volti di pioggia
non vi illuminerà che alla soglia di quel regno,
gesti di Douve, gesti sempre più lenti, gesti neri.

VI.

Quelle pâleur te frappe, rivière souterraine, quelle ar-
tère en toi se rompt, où l’écho retentit de ta chute?

Ce bras que tu soulèves soudain s’ouvre, s’enflamme.
Ton visage recule. Quelle brume croissante m’arrache
ton regard? Lente falaise d’ombre, frontière de la mort.

Des bras muets t’accueillent, arbres d’une autre rive.

*

Quale pallore ti sferza, fiume sotterraneo, quale
arteria in te si spezza, dove l’eco rimbomba della tua caduta?

Il braccio che tu sollevi, si apre improvviso, s’infiamma.
Il tuo volto indietreggia. Quale nebbia montante mi strappa
il tuo sguardo? Lenta falesia d’ombra, confine della morte.

Braccia mute ti accolgono, alberi di un’altra riva.


Wednesday, 25 January 2012



You're humming softly to yourself
You watch the words change for someone else
From an echo in a seashell
A drunken thought or a long farewell

And tonight I'll dive into your eyes
Will we feel like this for the rest of our lives?
Just a bird, tied to a stone
Do I really want this stone to be thrown?

Under the sea, black and deep
Everything I give is everything that I keep
So shake the leaves off this tree

I watched the bottle sail into the night
Carried you home, shaking like a leaf
You couldn't swim even though you lived by the sea

A flock of owls know your name
Will you promise me to stay the same?

Buried my hands in your cold sand
I looked up and saw the sun light up again
Night after night, follow you home
Night after night, I saw your footsteps in the snow

Under the sea, black and deep

Everything I give is everything that I keep



Tuesday, 24 January 2012

Da un atlante del mondo difficile

So che stai leggendo questa poesia
in una stanza dove tanto è accaduto che non puoi sopportare
dove i vestiti giacciono sul letto in cumuli stagnanti
e la valigia aperta parla di fughe
ma non puoi ancora partire. So che stai leggendo questa poesia
mentre il treno della metropolitana perde velocità e prima di salire
le scale
verso un nuovo tipo d'amore
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
del televisore dove immagini mute saltano e scivolano
mentre tu attendi le tele notizie sull'intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d'attesa
Di occhi che s'incontrano sì e no, d'identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto la luce al neon
nel tedio e nella stanchezza dei giovani fuori gioco,
che si mettono fuori gioco quando sono ancora troppo giovani. 
So che stai leggendo questa poesia non scritta nella tua lingua
indovinando alcune parole mentre altre continui a leggerle
e voglio sapere quali siano queste parole.

Adrienne Rich 




1247

Accumularsi come il tuono
e poi crollare immensamente
mentre ogni cosa si abbuia,
sarebbe questo poesia

o amore – i due arrivano insieme –
entrambi o nessuno sentiamo –
provato, l’uno o l’altro consuma –
nessuno vede Dio e poi vive.

Emily Dickinson 


In sogno

Nero e duro distacco
che io sopporto al pari di te.
Perché piangi? Dammi meglio la mano,
prometti di ritornare in sogno.
Noi siamo come due monti...
non ci incontreremo più a questo mondo.
Se solo, quando giunge mezzanotte,
mi mandassi un saluto con le stelle...

Anna Achmatova



Uno di questi giorni in cui andavo silenziosa
 percorrendo continuamente la mia schiena,
d'improvviso scivolai senza fine, 
la mia caduta attraversata da un astro. 


Io vorrei essere bambina
per accoppiare le nubi a distanza
(alte claudicanti della forma),

per giungere all’allegria delle piccole cose
e domandare,
come chi non lo conosce,
il colore delle foglie.
Com’era?

Per ignorare ciò che è verde,
il verde mare,
la risposta salubre del tramonto in ritirata,
il timido gocciolare degli astri
sul muro del vicino.

Essere la bambina
che cadeva d’improvviso
dentro un treno con angeli,
che arrivavano così, in vacanza,
a correre brevemente tra le uve,
o attraverso notturni
fuggiti da altre notti
di geometrie più alte.

Però adesso, che cosa devo essere?
Se mi sono nati questi occhi così grandi
e questi chiari desideri di sbieco.

Como potrò essere ora
quella che voglio io
bambina di verdi,
bambina vinta di contemplazioni
che cade da se stessa rosea

se mi dolse moltissimo dire
per raggiungere nuovamente la parola
che fuggiva,
saetta scappata dalla mia carne,

e mi ha addolorato molto amare a tratti,
impenitente e sola
e parlare di cose incompiute,
tinte cose di bimbi,
di candore dissimulato,
o di semplici api
aggiogate a tristi rosari.

O essere colma di questi scatti
che mi cambiano il mondo a grande distanza.

Come potrò essere ora,
bambina in tumulto,
forma mutevole e pura,
o semplicemente, bambina alla leggera,
divergente in colori
e adatta per l’addio
in ogni momento.



Eunice Odio


Monday, 23 January 2012

Si può cadere sia in altezza che in profondità (J. C. F. Hölderlin)

Sono possibili tante cose. L'uomo! Sono possibili tante cose. Abbiamo bel tempo, signor capitano. Vede che bel cielo grigio, compatto, verrebbe voglia di piantarci dentro un chiodo e di impiccarcisi , solo per quella lineetta tra il si e il no; si - e no, signor capitano, si e no? Di chi è la colpa? Del no verso il si o del si verso il no? [ Georg Büchner - Woyzeck ]

I
Nella volta, nella
luce fitta, con cui
l'abisso, il cielo
si piega intorno alla rara terra
può mostrarsi, un taglio,
una voragine, da cui
gronda il nero
dell'aldilà: etere orribile.

II
E voglio
abituarmi
a essere impiccato:
il cielo
il più grande foro
del gancio, da cui
pende la corda con il cappio
che mi tiene
per le ascelle.
Pendolo.
Nell'oscillare
è tempo di pensare
al tempo azzardato
dell'erba
del corpo. 
                     Ernst Meister


"Chi cammina sulla testa, costui ha il cielo come abisso sotto di sè" 
                                                                                                             Paul Celan  

Wandloser Raum


Essere insoddisfatti che vuol dire?
Come si può spiegare, comunicare. 
Non è facile dire tutto e può essere ancora più difficile dirlo in modo chiaro perchè in modo chiaro diventa evidente e quando lo tiri fuori, già con sforzo, speri sempre che passi un po' inosservato in una frase di sfuggita, coperto da un libro che cade, un bicchiere posato sul tavolino, la televisione accesa o i pensieri dell'altro che non ti ascolta.
Metterlo in corpo in maniera chiara, ordinata, precisa, significherebbe puntargli un riflettore addosso, un po' come un'evasione dal carcere con il grosso faro e tutte le sirene.
Dirsi insoddisfatti sarebbe dire che quello che si voleva non si è ottenuto, ma cosa si può volere?
Non riesco certe volte a capirlo.
Cosa si dovrebbe volere, cosa io dovrei.
Forse non è questo, è altro, non è la mancanza e basta il problema;è la presenza, quello che c'è, quello che mi costringe ad esserci.
E' il fatto di essere in un modo e vivere in un altro.
C'è una discrepanza troppo grande e certi giorni credo proprio di non farcela.
E sapere di essere in un modo e vivere in altro potrebbe forse significare che c'è, che esiste un modo in cui vorrei vivere, che c'è in realtà qualcosa che vorrei, che dovrei volere.
Ma non riesco a crederlo, non è qualcosa che risponde alla domanda come, se dovessi rispondere ad un come vorresti vivere, potrei solo rispondere negativamente,dicendo quello che non voglio.
Sento che c'è, in modo intangibile, perdona il controsenso interno, qualcos'altro, come se io, in potenza, avessi ben altro.
E non lo capisco, perciò mi ritrovo a essere quello che sono sempre con il dubbio di star tralasciando, di non avere individuato ed ho una continua sensazione che non riesco a cogliere e che mi condiziona perchè non trovo equilibrio, pende da un lato, pendo io sempre da un lato come una bilancia truccata.
E allora voglio viaggiare, andare, muovermi. 
Poi ci penso e mi dico che non porta da nessuna parte, perchè si ritorna sempre , se non in luogo, se non in casa, in una sensazione, all'interno, si torna sempre in un sè, in ciò che si era lasciato un po' più indietro; almeno questo dicevo qualche tempo fa. 
E' molto più difficile essere quello che si è in un contesto ostile ed è forse vigliacco pensare di nascondere una fuga con il nome di partenza. 
Eppure sono stanca del mio modo di pensare, non voglio trovare l'equilibrio qua, non è una sfida con me stessa, non è un " vediamo se ci riesco", perchè qua non sento che ne valga la pena.
Una volta raggiunto l'equilibrio, con sforzo, probabilmente e spirito di abnegazione, anzi, non sono poi così convinta di quello che sto dicendo ora, è sbagliato, non corrisponde al vero.
Io non lo troverei comunque l'equilibrio, temo non sia del tutto possibile, ma volendo lasciarsi andare in una distante ipotesi, in questi luoghi, in queste strade, belle bellissime, con persone sorridenti, brutte, schifose anche se comunque affascinanti; io qua non voglio sforzarmi, perchè purtroppo anche le piccole bellezze sono strozzate, auto-compresse. 
In realtà abbiamo fatto tutto da soli, ci siamo pure dimezzati i tempi e creati i dolori per cui lamentarci e le impossibilità per non poter far altro che desiderare da seduti e non credo proprio di voler sopportare tutto questo per una mia evoluzione personale. Vorrei essere nel dinamismo, muovermi nel mondo e non lottare sempre sullo stesso fronte, ampliarmi, non restringermi come uno stitico sempre focalizzato sulla sua stessa ossessione.
Pensare che ora è tardi, perchè domani, perchè dopodomani, perchè altrimenti ti stanchi e ti vengono i solchi sotto gli occhi, perchè fa poco bene alla salute e ci si deve volere bene, si dovrebbe provare a volersene un po', pensare e pensare sempre, non è semplicemente doloroso, è anche un mio irrigidimento, un oppormi anche a me stessa, al mio corpo che si stanca, che non mi risponde, che si ribella, è una lotta senza sosta, anche mentre si dorme si fatica, si suda; pensare questo e alzarsi, spegnere le luci perchè non ci si aspettava di arrivare da qualche parte, questa non era una conversazione notturna che avrebbe portato a nuove consapevolezze o conclusioni - da che parte dovrei andare io ?

Ore 02.24 - conversazione virtuale che forse vale la pena di salvare dal buco nero del web.


Sunday, 22 January 2012

Saturday, 21 January 2012

Sono venuta ad incendiare l'età del sogno.

Lo steddazzu

L'uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov'è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest'è l'ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquío.
L'uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c'è cosa piú amara che l'alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c'è cosa piú amara
che l'inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall'alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l'uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov'è un letto di neve. La lentezza dell'ora
è spietata, per chi non aspetta piú nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L'uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l'ultima stella si spegne nel cielo,
l'uomo adagio prepara la pipa e l'accende.

Povero cuore che sussulti, un giorno lontano eri l'alba.






Membra e parole antiche.


Tu tremi nell'estate.







29 ottobre 1945




 





Sei la cantina chiusa,


dal battuto di terra,


dov'è entrato una volta


ch'era scalzo il bambino,


e ci ripensa sempre.


Sei la camera buia


cui si ripensa sempre,


come il cortile antico


dove s'apriva l'alba.





 (5 novembre 1945)








Ascolti.


La parole che ascolti ti toccano appena.


Hai nel viso calmo un pensiero chiaro


che ti finge alle spalle la luce del mare.


Hai nel viso un silenzio che preme il cuore


con un tonfo, e ne stilla una pena antica


come il succo dei frutti caduti allora.





 (da Estate) 


Ma vivi altrove.


Il tuo tenero sangue si è fatto altrove.


Le parole che dici non hanno riscontro


con la scabra tristezza di questo cielo.


Tu non sei che una nube dolcissima, bianca


impigliata una notte fra i rami antichi.





(da  Notturno) 









Wishes would be grand
If only they came true
For every time i would
I wish i had you





Fine di un  percorso mentale per associazioni che è partito male ed è finito anche peggio.