DA NELL’INSIDIA DELLA SOGLIA
Nell’insidia della soglia
Urta,
urta per sempre.
Nell’insidia della soglia.
Contro la porta, sigillata,
contro la frase, vuota.
Nel ferro, ridestando
solo queste parole, il ferro.
Nel linguaggio, nero.
In colui che è qui
immobile, vegliando
sul tavolo carico
di bagliori, di segni. E che tre volte
viene chiamato, ma non si alza.
………………………………..
Nell’adunarsi, cui è mancato
il celebrabile.
Nel grano deformato,
nel vino prosciugato.
Nella mano che trattiene
una mano assente.
Nella inutilità
del rammemorare.
Nello scrivere, frettolosamente
messo al riparo, di notte
e nelle parole spente
ancor prima dell’alba.
………………………………
Nella bocca che vuole
da un’altra bocca
il miele che nessuna estate
può maturare.
Nella nota che, bruscamente,
si fa intensa
fino a essere, glaciale,
quasi lo stretto
poi l’insistenza della
nota taciuta
che disunisce l’onda
nuda, sotto la stella.
In un riflesso di stella
su un po’ di ferro.
Nell’angoscia dei corpi
che non si trovano.
Urta, tardi.
Labbra desideranti
anche se il sangue scorre,
la mano alta in urto
ancora quando
il braccio è ormai
cenere dissipata.
…………………………………
DA LE ASSI CURVE
Una pietra
Non più sentieri per noi, soltanto l’erba alta,
non più passaggio a guado, soltanto il fango,
non più letto preparato, soltanto l’abbraccio
attraverso noi delle ombre e delle pietre.
Ma chiara è questa notte
come desideravamo che fosse la nostra morte.
Essa sbianca gli alberi, si allargano.
Il loro fogliame: sabbia, poi schiuma.
Anche oltre il tempo spunta il giorno.
Che questo mondo rimanga!
1. Rialzo un ramo
che si è spezzato. Le foglie
grevi d’acqua e d’ombra
come questo cielo, di ancor
prima del giorno. O terra,
segni disarmonici, sentieri sparsi,
ma bellezza, assoluta bellezza,
bellezza di fiume,
che questo mondo rimanga,
malgrado la morte!
Stretta contro il ramo
l’oliva grigia.
2. Che questo mondo rimanga,
che perfetta la foglia
orli per sempre nell’albero
l’imminenza del frutto!
Che le upupe, il cielo
aprendosi, all’alba,
volino via per sempre, da sotto il tetto
del fienile vuoto,
poi si posino, laggiù
nella leggenda,
e tutto è immobile
ancora per un’ora.
3. Che questo mondo rimanga!
Che l’assenza, la parola
restino unite, per sempre,
nella cosa semplice.
L’una per l’altra quel che è
il colore per l’ombra,
l’oro del frutto maturo per l’oro
della foglia secca.
Per separarsi solo
con la morte
come lucentezza e acqua lasciano la mano
su cui fonde la neve.
Nell’inganno delle parole
2. E potrei
fra poco, al sussulto del brusco risveglio
dire o tentare di dire il tumulto
degli artigli e delle risa che si scontrano
con l’avidità senza gioia delle vite primarie
al bordo sconnesso della parola.
Potrei gridare che ovunque sulla terra
ingiustizia e sciagura devastano il senso
che lo spirito ha sognato di dare al mondo,
insomma, ricordarmi di ciò che è,
non essere che la lucidità che dispera
e, benché sia ritorta,
ai rami del giardino di Armida la chimera
che inganna la ragione quanto il sogno,
abbandonare le parole a chi cancella,
prosa, per evidenza della materia,
l’offerta della bellezza nella verità.
Ma mi sembra anche che non sia reale
che la voce che spera, fosse essa
inconsapevole delle leggi che la negano.
Reale, solo, il fremito della mano che tocca
La promessa di un’altra, reali, sole,
queste sbarre che spingiamo nella penombra,
quando si fa sera, di un sentiero di ritorno.
So tutto quello che occorre cancellare dal libro,
una parola comunque resta a bruciarmi le labbra.
O poesia,
non posso impedirmi di chiamarti
col tuo nome che non si ama più tra quelli che errano
oggi tra le rovine della parola,
oso rivolgermi a te, direttamente,
come nell’eloquenza delle epoche
in cui si ponevano, alla vigilia dei giorni di festa,
in cima alle colonne dei saloni,
ghirlande di foglie e di frutti.
Lo faccio, confidando che la memoria
Insegnando le sue parole semplici a quelli che cercano
di far essere il senso malgrado l’enigma
farà decifrare loro, nelle sue grandi pagine,
il tuo nome uno e molteplice, in cui arderanno
in silenzio, fuoco chiaro,
i rami dei loro dubbi e delle loro paure.
<> lei dirà, nel solo libro
che si scriva attraverso i secoli, < i segni nelle immagini. E le montagne
inazzurrarsi in lontananza, per esservi una terra.
Ascoltate la musica che delucida
con il flauto sapiente alla vetta delle cose
il suono del colore in ciò che è.>>
O poesia,
io so che ti disprezzano e ti negano,
che ti considerano un teatro, perfino una menzogna,
che ti gravano degli errori del linguaggio,
che dicono infetta l’acqua che tu porti
a quelli che tuttavia desiderano bere
e delusi si allontanano, verso la morte.
Ed è vero che la notte gonfia le parole,
venti girano le loro pagine, fuochi sfiancano
le loro bestie atterrite fin sotto ai nostri passi.
Abbiamo creduto che ci avrebbe condotto lontano
il sentiero che si perde nell’evidenza.
no, le immagini cozzano contro l’acqua che sale,
la loro sintassi è incoerenza, cenere,
e presto nemmeno vi è più immagine,
più libro, più grande corpo caloroso del mondo
con le braccia del desiderio.
Ma so comunque che non esiste altra stella
che si muova, misteriosamente, auguralmente
nel cielo illusorio degli astri fissi,
se non la tua barca sempre oscura, ma dove ombre
si raggruppano a prua e perfino cantano,
come un tempo quelli che arrivavano, quando s’ingrandiva
davanti a loro, alla fine del lungo viaggio,
la terra nella schiuma e brillava il faro.
E se rimane
altro che un vento, uno scoglio, un mare,
io so che tu sarai, anche di notte,
l’àncora gettata, i passi barcollanti sulla sabbia,
e la legna raccolta, e la scintilla
sotto i rami umidi, e, nell’inquieta
attesa della fiamma che esita,
la prima parola dopo il lungo silenzio,
il primo fuoco in fondo al mondo morto.
5. Ora, nello stesso sogno
sono disteso sul fondo di una barca,
la fronte, gli occhi poggiati contro le sue assi curve
su cui ascolto frangersi l’acqua bassa del fiume.
E bruscamente questa prua di solleva,
immagino che già qui sia l’estuario,
ma mantengo gli occhi rivolti contro il legno
che ha odore di catrame e di colla.
Troppo vaste le immagini, troppo luminose
che ho accumulate nel mio sonno.
Perché rivedere, fuori,
le cose delle quali le parole mi parlano, ma senza convincere,
desidero una riva più alta o meno oscura.
Eppure rinuncio a questo suolo che si muove
sotto il corpo che si cerca, mi alzo,
percorro la casa da una stanza all’altra,
ve ne sono adesso innumerevoli,
sento gridare voci dietro porte,
sono colto da quei dolori che battono
alle cornici che si sgretolano, mi affretto,
troppo greve è per me la notte che dura, entro spaventato
in una sala piena di banchi,
vedi, mi dicono, fu la tua classe,
vedi sui muri le tue prime immagini,
vedi, è l’albero, vedi, qui è il cane che guaisce,
e quella carta geografica, alla parete
gialla, quello scolorirsi dei nomi e delle forme,
quel disfarsi delle montagne, dei fiumi,
attraverso il biancore che raggela il linguaggio,
vedi, fu il tuo solo libro. L’Iside del gesso
del muro di quella sala, che si scrosta,
non ha mai avuto, non avrà mai nient’altro
da socchiudere per te, richiudere su di te.
No comments:
Post a Comment