Volevo scrivere di mia madre, ma mi rendo conto di non riuscire bene a trovare il quantitativo di parole adatto.
Non conosco, probabilmente, abbastanza aggettivi, o forse sto solo pensando nel modo sbagliato, prendendo una direzione univoca di chi, un po' senza ritegno, percorre solo nella traiettoria che porta più lontano possibile dall'accettare di affrontare senza parole, senza i miei procedimenti razionali, segmentati da altrettanti gesti delle mani, quello che lei mi ha detto solo con uno sguardo.
Come si parla della linea degli occhi che si incurva, delle sopracciglia che decedono verso il ponte del naso, della bocca che si apre impercettibilmente, delle rughe della fronte che si avvicinano come in un grande abbraccio, delle mani che afferrano la stoffa del suo divano a fiori e delle gambe, sempre accavallate, che si stringono tra loro come se volessero strangolare qualcosa.
Non dovrei vedere queste cose, dovrei avere gli occhi da un'altra parte, le mani dovrei tenerle ferme, la bocca un po' più distante da quello che penso.
Dove mi stia andando a scaraventare non lo so, probabilmente un po' più lontano.
Provo per me disprezzo, per la mia impassibilità, per il mio restare a guardare con un mezzo sorriso stupido, troppo per pretendere di essere una persona sensibile agli altri, per non essere stata in grado di sedermi su quel divano per anni, per molto altro, un po' troppo per non sentirmi ridicola.
Ora sto qua, convinta parzialmente di tutto, senza tempo; essenzialmente una che ha solo l'età che ha e fa finta di non saperlo.
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